Il Rosone

Si presenta lento e sornione; agli inizi sembra attardarsi sul presunto albero genealogico della famiglia, su cose quotidiane, invece il colpo d’occhio di Fontane si dilata per tessere: “Un affresco dell’epoca; il ritratto di una cittadina sul Baltico (Swineimunde non lontana da Stettino) nel primo trentennio dell’Ottocento e, insieme, di una famiglia, quella dei miei genitori, appartenente alla colonia degli immigrati francesi, ancora pienamente permeata dalle tradizioni dei rifugiati”, come egli scrive nel Prologo.

Il grande narratore tedesco si sofferma sulla “vita in casa e in città”, sulla “nostra educazione”, sulla “scuola e ciò che si imparava”, sui “giochi in casa e all’aperto, in riva al fiume e sulla spiaggia”, ma anche su “quello che avveniva nel mondo”. Infanzia sul Baltico si distingue nettamente da rievocazioni narrative consimili perché Fontane evita ogni tono oleografico o nostalgico, imprimendo alla sua controllata liricità un timbro scabro e incisivo. La sua scrittura è realistica e minuziosa, perfino caparbia e, contemporaneamente, è penetrata da una sottile allegria. Una sorta di humor “berlinese” doppia da capo a fondo questo “romanzo autobiografico”, che in certe pagine potrebbe avere la “materialità” del brogliaccio, tramutando l’insieme in un’opera deliziosa e bellissima.

Una sapienzialità psicologica tocca le anime e le situazioni con straordinaria verità: Fontane è naturalmente felice nei ritratti dei personaggi (e degli ambienti), ma il suo capolavoro resta la figura del padre che domina il libro con la sua dolce e vivace anarchia, con la sua scuola di vita un poco bizzarra, però mite e umanissima.

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