EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Messaggero Veneto", 21 settembre 2000

Lo scrittore parla dei suoi primi tre romanzi (Il Ghebo, Icaro e Petronio, La bellezza d’Ippolita) ambientati tra gli Anni 40 e 50 e ora riproposti in un unico volume

Bartolini: quel mio vecchio Friuli che non esiste più

di Mario Turello

L’editrice santi Quaranta, che di Elio Bartolini ha già pubblicato L’infanzia furlana e Le quattro sorelle Bau, libri l’uno e l’altro fortunatissimi, e, in nuova edizione, Pontificale in San Marco, ripropone ora i primi tre romanzi del nostro scrittore: Il Ghebo, Icaro e Petronio e La bellezza d’Ippolita, che risalgono rispettivamente al 1947, al 1950 e al 1955. ne sintetizza i contenuti lo stesso autore, nella nota in appendice; "Il Ghebo… era un libro di guerra, anzi di guerra partigiana, con un protagonista (largamente autobiografico) impegnato nel far accettare il comando unico, un’unica direzione di lotta sia alle bande comunistoidi e intanto anarchiche del Monco, sia a quelle cattoliche, ma altrettanto anarcoidi, di Toti, girovaghe le une e le altre per le paludi, i mulini abbandonati e le sacrestie della Bassa friulana"; "Icaro e Petronio… ambientato in un Friuli appena uscito dalla guerra e dalla incertezza del confine orientale, racconta la rivalità di due contrabbandieri: Petronio, individuo solo, ma fisicamente definito, contro un Icaro, più che persona vera, simbolo del potere organizzato. Se, ancora più metaforicamente, la loro non è la cifra di una tensione per tanti aspetti perenne nell’uomo e nella storia, fattasi in quegli anni – di una ideologia dura fino alla spietatezza – ancor più esigente e prepotente"; "anche Ippolita, protagonista del terzo romanzo… sulla forza della sua bellezza si riteneva destinata a comandare e, in qualche modo, a sopraffare. E come Petronio contro il potere dell’organizzazione, si ostina orgogliosa nella difesa della propria solitudine, convinta ogni volta di potersi divincolare da una generale insoddisfazione di sé che, nella vicenda degli anni e dei luoghi, finirà invece col riportarla al detestato Friuli della prima gioventù, e alla sconfitta definitiva nella morte".

Rimandata la lettura/rilettura critica ai tempi e spazi più adeguati, abbiamo rivolto a Bartolini alcune domande sul senso e sull’intenzione dell’operazione.

La trilogia ha come titolo cumulativo Le terre romanze, analogo a quello dei Racconti cattolici e delle Poesiis protestantis. Perché "terre", e perché "romanze"?

"Respingo il termine trilogia, non mi piace, non è conveniente. Ho ritenuto che si potessero raccogliere in un unico volume tre fatti narrativi che, pur senza un piano prefissato, costituiscono un blocco narrativo unitario, ambientati come sono in Friuli tra il ’43 e il ’53: durante la guerra, nell’immediato dopoguerra e negli anni che, con la meccanizzazione del lavoro agricolo, il riordino fondiario, l’urbanizzazione, videro la nascita di un nuovo Friuli in luogo di quello sino ad allora arcaico e cristiano: e questi sono i caratteri che io compendio nell’aggettivo "romanzo". Quanto al sostantivo, "terre", vuol avere un valore estensivo, e comprendere l’intero Friuli, anche se le tre narrazioni si svolgono nell’ambito più ristretto della Bassa. Io descrivo un periodo di crisi, di transizione e di apertura, l’avvento di nuove condizioni economiche, sociali, esistenziali, la cui portata ancora non comprendiamo pienamente…".

Ma senza piangerci sopra!

"No, certamente, sarebbe inutile e anche stupido. Il passato è passato, è dato acquisito. Certo questo sviluppo, questo adeguamento, chiamiamolo così, sarebbe potuto avvenire in modo meno traumatico; si sarebbe potuto accogliere il nuovo con maggior rispetto per il vecchio; invece la transizione è stata così impetuosa e barbara da non preoccuparsi di ciò che già si aveva. È stata una resa senza resistenza, con poco riguardo alla storia, al di là del folclore e delle buone intenzioni. La Carnia ha resistito meglio, per più forte arroccamento, per più precisa identità; la Bassa invece ha avuto meno mezzi, forse minor volontà – ma non voglio mettere sotto giudizio questi fenomeni – di difesa dell’identità".

Questa raccolta ristabilisce la sequenza cronologica: solo nel ’70 fu pubblicato Il Ghebo, rifiutato a suo tempo da Einaudi e Longanesi con le motivazioni che ricordi in appendice. Come giudichi oggi quei giudizi?

"Sì, la raccolta ristabilisce il continuum narrativo. Fa un po’ ridere l’idea che Il Ghebo sia stato rifiutato, sulla base di considerazioni politiche, sia da destra sia da sinistra. I miei erano partigiani non ortodossi; la Resistenza che descrivevo non era monolitica come la si voleva dipingere a sinistra. Anche a voler collocare Porzûs in una dimensione straordinaria e terribile, il dissidio c’era, e c’era l’incapacità di addivenire a un comando unico. Era una verità scomoda. E a destra? Che bravo questo giovane Bartolini, disse Longanesi, che bello stile, che bei paesaggi. Ma quei partigiani… perché non tenerli sullo sfondo, come i bravi manzoniani? Così bella scrittura e struttura a servizio della Resistenza! Peccato!".

Letti oggi, a confronto dei successivi, questi romanzi ci danno la misura dell’evoluzione della tua scrittura, a fronte di una sostanziale coerenza tematica, è divenuta via via più preziosa, più sontuosa…

"E più involuta! C’è, nella mia produzione, un libro della crisi, ed è Chi abita la villa. Volevo sperimentare qualcosa di nuovo, di diverso. Disse Joyce che a scrivere un romanzo di successo sono buoni tutti, ma che si deve osare un passo più in là (anche Vittoriani la pensava così). Non fu una crisi di appartenenza, ma di scrittura: bisognava fare un romanzo diverso; ancor oggi è necessario che la narrativa – se già non è morta – osi il rinnovamento. Si era per me attenuata la fame di realtà che avevo sentito fino al ’60, e abbandonai il neorealismo. In Chi abita la villa non c’è più personaggio classico, e l’ambientazione è ondivaga…".

Come leggi il te stesso di cinquant’anni fa?

"E’ una domanda in cui avverto non so se ironia o malinconia o malizia… Mi sono riletto, qua e là ho corretto, ho sveltito un po’ nel Ghebo. Col senno di poi riconosco che non potevo scrivere di certe cose se non in quella maniera, e mi pare che il mio lavoro non sia poi privo di significazione e di densità narrativa. Insomma, mi sono apprezzato, mi sono piaciuto".

I tuoi ultimi romanzi – L’infanzia furlana, Le quattro sorelle Bausono più personali, più privati… A cosa stai lavorando ora?

"Cinquant’anni fa, mai e poi mai avrei detto che avrei ceduto alla memoria, che avrei rivangato nel grande mare del tempo. Non è stata nostalgia, l’infanzia, la gioventù non sono età dell’oro: volevo raccontarmi al di là di ogni diktat ideologico e formale, in tutta libertà. Questi ultimi libri possono sembrare troppo intimistici, troppo rétro, ma anche in questo caso, mi pare di… non aver demeritato della patria! Ora mi trovo incerto tra un romanzo breve, ma forse troppo gracile, troppo elegante, e un altro più ampio, più energico e drammatico. Ma ho anche altre tentazioni…".

webmaster Marco Giorgini