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Chi abita la villa
(Elio Bartolini)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Una villa veneta in disfacimento è abitata da una contessina (ma potrebbe essere anche un fantasma) e da una civetta; e giù, nei sotterranei, dai topi. C’è uno scambio di "effusioni" e di gesti quasi rituali tra la contessina e la civetta, appollaiata sull’ala di un tetto: "Lei si tocca le guance, apre e chiude gli occhi, esce in tutta una serie di sorrisi e mossettine...". la incita con un "Vieni, su dài, ecco". E la civetta, "la testa un po’ reclinata, guarda, gorgoglia di tanto in tanto, come bofonchia, come pretende una ripresa"; però non sempre essa corrisponde alle "mossettine" della contessina, anzi alle volte "irrequieta, offesa – stride, arruffa tutto il piumaggio". E allora la contessina la insulta.
Chi abita la villa ha una delicatezza narrativa lancinante: la villa è al centro, protagonista sublima, guidata sul ritmo di un minuetto, che s’impregna però degli umori di un mondo friulano ancestrale, e della storia; e, più dolcemente, di una sorta di venezianità luministica. Dentro il romanzo si muovono anche ossessioni, fobie, fissazioni, una mite ironica maniacalità, che anticipano la narrativa di Thomas Bernhard, senza il sarcasmo e l’asprezza angosciante dello scrittore austriaco. Bartolini ko ha preceduto nella tematica di uno spazio totalmente chiuso, comune ai due narratori, volgendo gli aspetti di follia e di dissociazione in un’elegia, sincopata e continua, che fa di Chi abita la villa, edito da Einaudi nel 1967 e da Rusconi nel 1983, un "piccolo" prezioso capolavoro.
La lingua raffinata, spesso giocosa, delicata pur nella strutturazione "sperimentalista", interseca una felice complessità di piani e di spessori. Poche opere – dopo 35 anni dalla prima apparizione – sono rimaste così intatte, al rigore del tempo, come questa di Bartolini che è una singolare "storia" sul disfacimento di una villa veneta, ma anche della casta della nobiltà.
Prima pagina
I
Entra, chiude la porta, quell’urto nel muro in un’onda dentro tutta la villa: è sola.
È appena entrata, ha appena chiuso la porta, s’è appena tolta il cappellino o il boa di piume di struzzo, il cartoccio lo depone sul tavolo neoclassico, ma prende in mano la lettera o il giornale dove, sottolineata in rosso, ci sarà una notizia che la riguarda (che presumono che la riguardi), si muove.
Dietro un’altra porta, diventa un tramestio, degli scricchiolii. Quando riappare, probabilmente dalla cucina perché in mano adesso ha una pentola, precede, ma di pochissimo, lo squillo del campanello. Che le arriva non solo come da due direzioni (pressappoco come delle barchesse o da un salone) e con due tonalità diverse (più soffocata quella dal salone se la stanza dirimpetto all’atrio – come il suo portale lascerebbe supporre – è un salone), ma perfino riuscendo ad incalzarsi invece di coincidere.
Sarà un altro turista o un altro messo con qualcuna di quelle citazioni, di quelle lettere intimidatorie, oppure una donna che viene a regalarle due uova, un po’ di formaggio, una sporta di frutta. E lei, dopo qualche attimo che non sa decidersi perché, come distanza, è esattamente a metà tra le due sorgenti di suono (in mano ha di nuovo il cartoccio, l’occhio su quelle righe a stampa portate in fuori dalla rotondità di qualcosa, pesche o mele o patate, e non bene in linea), infine sceglie d’andare verso il cancello.
Allora – non sempre, ma più di qualche volta – passa davanti alla dama del ventaglio.
(...)
Rassegna Stampa
Bartolini, le molte storie di un incerto soggiorno (Avvenire, Sabato 22 dicembre 2001)
Sperimentazione narrativa e tensione metafisica ("L’Osservatore Romano", 9 gennaio 2002)
La contessina e la civetta ("Il Nostro Tempo", Domenica 2 Dicembre 2001)
La contessina e la villa ("Famiglia Cristiana", n. 49/2001, pag. 123)
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