di Anna Pisani
Appunti per un addio, il nuovo libro di Minnie Al zona non somiglia a nessuno dei precedenti. La nota scrittrice genovese, che per vent’anni ha direttoli Lyceum, ha al suo attivo numerosi romanzi (Processo alla camerata, La moglie del giudice, La strega, Coma vigile, Viaggio angelico, La corona di Undecimila, e un libro di racconti Il pane negato). In "Appunti per un addio" (Santi Quaranta editrice, 142 pp., 20.000 lire) non c’è una storia, non ci sono personaggi, né situazioni che non siano quelli della vita dell’autrice. Appunti per un addio è il quaderno di una vita. Quaderno di pensieri, di sensazioni, di colpe, di rimorsi, di fantasie, di ricordi, di gioie e dolori. Il messaggio è quello dell’autenticità: Minnie Al zona è giunta a un’età della vita in cui non si bluffa più, non si gioca con l’astuzia e con le parole e neppure con la scrittura. Lo stile è asciutto, il dialogo breve, il messaggio chiaro. Non ci sono né paesaggi, né tramonti, né intrighi, né situazioni, ma una persona che si guarda dentro e ricorda.
Ricorda quando suo figlio era in coma: un altro giovane, nella vicina stanza d’ospedale, si era svegliato dal coma prima di lui e lei non gli aveva dato la solidarietà e la dolcezza di cui aveva bisogno in quel risveglio dal buio. Ricorda quando col marito decisero di separare le camere. Una conclusione tranquilla, quasi scontata, che a poco a poco ha chiuso sì le finestre al freddo della notte, ma ha aperto la porta alla solitudine, al silenzio, alla malinconia.
Ricorda le doppie lettere, una dei partigiani e una del comando fascista, entrambe dovute alle cure prestate dal medico agli uni e agli altri, che dovevano assicurare la tranquillità in quegli anni terribili della guerra e del dopoguerra. Una tranquillità scomoda.
Ricorda, Minnie Al zona, le piccole, grandi cose di una lunga vita di coppia e di famiglia. Senza la presunzione di trarne una lezione, ma con la sincerità, quasi crudele, di chi ha deciso di mettersi a nudo, di non nascondere nulla, né a se stessa, né ai lettori. Per essere davvero pronta. A che cosa? All’addio che – le auguriamo il più tardi possibile – verrà.