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Vita di Chiara Dorigo
(Paola Faccioli)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Vita di Chiara Dorigo è la storia di un’anima frugata fin nei più intimi capillari e il quadro impietoso di un’educazione e di un ambiente alto-borghesi; si articola su tre punti di vista: quello di Lorenza, sorella della protagonista, quello di Marco Caetani, marito di Chiara, e quello della stessa Chiara Dorigo.
In questo romanzo si possono incontrare i labirinti di Borges, i "grovigli di vipere" di Mauriac, certe situazioni sentimentali ed esistenziali alla Paul Bourget trasposte nella seconda metà del Novecento, ma al suo interno emergono anche un’asprezza analitica e una cruda forza che appartengono più al naturalismo francese che al decadentismo. L’anima di Chiara Dorigo è profondamente malata, in lei forse agisce la perversione degli angeli decaduti.
Paola Faccioli sa rendere, mediante una scrittura elegante e raffinata, la complessità abissale dell’animo femminile con una introspezione e una vibratilità che provengono anche dall’eredità barocca: la psiche e la coscienza si sgretolano, la materia si smarrisce in spirali slanciate, mentre la lingua si fa sobriamente lirica quando descrive una misteriosa "città delle acque" e quando delinea paesaggi di un entroterra, forse ligure, su cui si espande l’atmosfera cristallina e mesta del giardino inglese.
Vita di Chiara Dorigo è un viaggio femminile verso il riconoscimento di sé e del proprio destino, ricco di tensione, pieno di enigmi che lo rendono avvincente tanto da farlo assomigliare a un "mystery perfetto", a un "giallo dell’anima", come scrive Silvio Raffo nella sua Postfazione.
Prima pagina
LA CITTA’ DELLE ACQUE
Giunsi nella città delle acque dopo un lungo viaggio in una mattina di marzo. I viali freschi del verde nuovo erano deserti, poi all’improvviso, come a un tacito segnale, una folla invase le strade, fluì giù dalla collina in fitti rivoli verso un edificio contornato da un porticato di marmo. I passanti erano per la maggior parte assai avanti negli anni; tra quella gente frettolosa, vestita in fogge giovanili la vecchiaia era ostentata con una specie di allegra protervia.
"Quanto intende fermarsi?" mi domandò il portiere dell’albergo, mentre compilava la scheda con lentezza meticolosa.
"Un mese, forse di più".
"Lei è un’eccezione" osservò il giovane alzando gli occhi. "Da noi gli ospiti si rinnovano così rapidamente che non resta il tempo per una conoscenza cordiale".
Io non lo contraddissi, ma fra me sorrisi, perché in quel luogo di passaggio, di relazioni provvisorie erano cresciute passioni così violente e durevoli da generare un delitto. La stanza in cui fui condotta era grande e tranquilla; quando ebbi sistemato i bagagli, mi sedetti al tavolino e con la trepidazione del giocatore che inizia una partita rischiosa allineai sul ripiano i ritagli di cronaca, che parlavano della scomparsa di Chiara Dorigo.
Nel pomeriggio dopo un breve riposo scesi al palazzo delle terme e traversato il parco, dove un quartetto d’archi suonava al riparo delle vetrate di un chiosco, risalii sulla collina tra i gruppi di cipressi e di cedri e gli alberghi sormontati da torri con candide merlature, finché ai limiti della città vecchia da uno squarcio delle nubi spiovve un fascio di raggi dorati e illuminò il lontano specchio di un lago e una distesa di alture verde e ocre più simili a un antico dipinto che a un paesaggio reale. L’indomani seguii passivamente i flussi e i riflussi della gente per i viali della collina, come se adattarmi alle regole del luogo fosse un atto necessario, soltanto dopo tre giorni, con un sentimento misto di desiderio e di riluttanza cominciai la mia ricerca.
(…)
Rassegna Stampa
Ma Chiara Dorigo è sogno o realtà? ("Il Nostro Tempo" n.5, Domenica 4 febbraio 2001)
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