EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Piccolo", 6 novembre 2004

Personaggi e storie che si alternano al ricordo dei rossi e dei bianchi bevuti

Giacomini, autobiografia in forma alcolica

 

di Bruno Lubis

Non per rabbia e solitudine, come poteva succedere a Mauro Corona, ma per il piacere della compagnia, per delizioso vizio della chiacchiera, Amedeo Giacomini usava andar per osterie nel suo Friuli. La ricerca era sempre il vino, il miracolo dell'uomo che si andava rinnovando e ingentilendo con i tempi. Quei liquori pieni di aromi aspri, quei vinacci ruspidi cominciavano a ingentilirsi con le conoscenze dei cantinieri. E Giacomini è stato teste importante della trasformazione di quell'alimento antico come la civiltà ma reso sempre più gradevole e sano. Dalla Bassa friulana fino alla Pedemontana, pian piano spostando la direttrice e avvicinandosi al Collio e ai Colli orientali. Cercava la perla di Latisana, quel rosso che ha il peduncolo e si chiama Refosco tralasciando i merlot e i cabernet buoni per rifornire i turisti della vicina Lignano; ha ritrovato l'Ucelut, vitigno antico e scomparso dalle conoscenze dei più; si è rattristato per la Cianorie, il Corvin e il Coneùte rimasti solo nelle memorie e nulla più. Girovagando da solo o con amici, ha conosciuto persone che sono ormai personaggi per i gourmand. Ecco, «Viaggio in Friuli, tra i vini e gli uomini» (Santi Quaranta, pagg. 160, euro 10) scritto da Amedeo Giacomini, è una visita guidata nel mondo del vino friulano che la siore Palmire, la contessa Florio, la contessa Perugini Antonimi o l'oste di Bertiolo si apprestano a introdurre. Perché è un mondo che esce alla luce e lo si potrebbe intuire, ma sentirselo raccontare da cotali personaggi è più suadente. C'è anche il nonno Filiputti, gli avventori del Bachero di Spilimbergo, i giovani vignaioli di Ruttars che narrano di storie antiche e prospettive nuove. Proprio nelle ore di lenta lettura della visita di Giacomini nella rocca di Ipplis, alla presenza fragile e stentorea della contessa Perusini Antonini accudita dal figlio Tano, la gentilezza amicale di Gianni Verselli arrivava a porgere, trovata chissà come, un’elegante dispensa (per i tipi della tipografia Giuseppe Seitz di Udine e sotto il patrocinio dell'Associazione agraria friulana) scritta nel 1906 dal conte Perusini, il defunto signore di Rocca Bernarda e sposo della castellana ormai centenaria. Il conte aveva scritto le caratteristiche, la coltura, i pregi, le analisi del Piccolit, vanto del castello, paragonato già due secoli prima all'eccellente Sauternes denominato Chateau d'Yquem. La coincidenza della lettura e dell'arrivo della dispensa portava l'infingardo che scrive a ricordare il primo assaggio del Piccolit. Si era nel 1972, nello studio del professor Gaetano Perusini (il Tano, figlio della contessa), una bottiglia da mezzo litro del prezioso vino gentilmente offerto dal cattedratico a cinque studenti di Tradizioni popolari e neofiti del mangiare&bere: un'indimenticabile ora a sorseggiare il vino, dolce al primo impatto ma sobrio, una sinfonia vegetale sul palato e un nostalgico discendere nella gola di un gusto mai più da allora assaporato. Si sa, i ricordi sono sempre più teneri del presente: quel vino era prezioso anche perché raro e oggi ce n'è troppo e viene offerto addirittura col Tiramisù. Restando nel ricordo - e anche per dare più giusta dimensione a quel Tano che Giacomini descrive in poche parole quasi fosse il cicisbeo della contessa sua madre - vogliamo dire che Gaetano Perusini dirigeva l'azienda di Rocca Bernarda e insegnava all'Università di Trieste. Colto e amante del dettaglio sagace, narratore facondo e malizioso, sapiente conoscitore della buona tavola, nella magione di famiglia viveva all'ombra ingombrante e secolare della contessa Giuseppina. Tragica fu la sua morte in un appartamento a Trieste, ucciso con ferocia da un amore mercenario, erastès (perché mancano i caratteri del greco?) fuori tempo. Ci perdoni il protagonista delle nostre righe se l'abbiamo per un poco messo a parte, adesso lo riprendiamo con una certa malinconia. E si capirà subito il perché della malinconia. Giacomini già in qualche viaggio aveva lamentato di dover limitare i riti di Bacco per qualche fisica e momentanea defaillance. Cose passeggere, sicuro, che le pagine successive lasciavano sbiadite perché il rosso e il giallo dei vini ringalluzziva il colore alle parole scritte. Ma adesso ci stiamo avvicinando «Alle Risorgive» di Codroipo e vediamo il nostro pellegrino che sta seduto e ci racconta dell'ambiente e degli avventori - lui spesso al solito posto - ma parla poco del vino. Evidentemente il miracoloso prodotto delle uve gli è precluso - in parte, speriamo - dai valori ematici o da altre magagne. La sposa, rimbrottandolo con amore, gli ricorderà gli eccessi di tanti anni e l'odierna obbligatoria temperanza nel consumarlo. Ma un tajùt non si nega a nessuno.

webmaster Marco Giorgini