Le notti, alle Incoronate, sono popolate da sagome di roccia bianca sotto il chiarore della luna e delle stelle, e l’oscurità a tratti è punteggiata dalla luce delle lampare di pescatori in cerca di grossi dentici che là assieme ai branzini, dicono, saltano nella rete da soli quando il mare non è stregato.
Queste sono le isole di tragica bellezza – rifugio di pirati viburni, almissani e scocchi, ma anche cimiteri di biremi e trireme romane e di galee venete – che si affacciano con le loro coste alte e rocciose davanti alla terra di Dalmazia. E sono proprio queste isole la meta finale, agognata e sospirata, dallo straordinario viaggio raccontato da Hans Kitzmüller, scrittore mitteleuropeo nato a Brazzano di Cormòns da padre viennese e madre friulana, in un affascinante libro, Viaggio alle Incoronate, pubblicato dall’editore trevigiano Santi Quaranta nella prestigiosa collana de Il Rosone.
Hans Kitzmüller, germanista, insegna lingua e letteratura tedesca nell’Università di Udine, ed è autore di numerose ricerche sulla cultura tedesca di Gorizia, nonché traduttore di Peter Handke del quale ha curato, per Einaudi, Il canto della durata. Ma è anche l’ideatore di una piccola e meritoria casa editrice, la Braitan, che propone opere di autori sloveni, carinziani e friulani (tra questi Celso Macor con la sua opera omnia), nonché traduttore e curatore dell’edizione tedesca del pasoliniano I Turcs tal Friul.
Viaggio alle Incoronate è la sua prima opera letteraria in italiano: il racconto di un viaggio per mare nel tempo e nello spazio, nato dopo aver decifrato uno strano appunto ritrovato sul diario di bordo del nonno, Vittorio Ceconi, che in gioventù era stato un appassionato navigatore. Nonno Vittorio, anche lui, a suo modo, personaggio un po’ strano, al timone del suo cutter, l’Union Jack, aveva costeggiato, negli anni dell’imperialregio governo, l’Istria e il Quarnaro, navigando solitario di isola in isola lungo il litorale della Dalmazia.
Ma non è solo il diario di bordo di nonno Vittorio, ritrovato dal nipote in una valigetta che il custode di un vecchio cantiere abbandonato in quel di Pola (dove il ketch di dodici metri con la scritta Union Jack 1908 era stato demolito perché troppo vecchio e malandato) aveva trovato, regalandolo senza indugio a quel visitatore curioso, ad aver dato la stura al desiderio dell’autore di ricostruire e di ripercorrere le scorribande del nonno Vittorio per mare. Accanto a questo, un altro libro, quello dell’autobiografia romanzata della vita di sua figlia Silva, che finita la Grande Guerra aveva inviato il manoscritto, per un giudizio, a un certo Otto von Leitgeb, uno scrittore nato a Pola ma attivo a Gorizia e Klagenfurt, autore di romanzi e racconti di novelle, alcune delle quali ambientate anche in Friuli.
Otto von Leitgeb non si era fatto sentire, ma Silva, quella sua biografia, l’aveva comunque pubblicata a sue spese, quando era un poco più avanti negli anni, in 500 copie, di cui 12 vendute e 30 regalate. Quasi ottant’anni dopo il caso aveva voluto che Hans Kitzmüller riprendesse in mano quel libro, dapprima perché interessato ai primi capitoli dove si parlava del nonno, dalla figlia sempre descritto con rispetto anche quando parlava della sua crudeltà, eppoi per leggere avidamente anche la storia di Silva, vissuta assieme al padre Vittorio, alla madre Giustina che alcuni dicevano donna fragile e malinconica, dolcissima e incapace di reagire a un destino che le aveva destinato un uomo come Vittorio per compagno della sua vita, e del fratello Berto, amico e complice di tante avventure vissute di nascosto dal babbo.
Tra storia e diario, i racconti di qualche conoscente e lo scorrere delle note del viaggio compiuto dall’autore completano l’intreccio di questo libro, dove realtà e fantasia si fondano nella ricerca, esistenziale e metaforica, dell’approdo definitivo che costituisce la rivelazione della propria identità. Sullo sfondo, la descrizione di luoghi, paesaggi e personaggi (il Friuli austriaco di Brazzano, Gorizia, Grado, i paesi della Dalmazia, ma anche la figura dello straordinario prete friulano Guido Maghet) che diventano sequela della progressiva scoperta della propria vita interiore; di quel mondo, scoperto e sommerso a un tempo, rigoglioso, ricco di flora e di desertiche rocce, di silenzi immensi che si elevano quasi a proteggere la sacralità dell’ultima meta di questo moderno Ulisse: le fatate isole delle Incoronate, dove l’anima può finalmente trovare, come in una mitica Itaca, l’agognato approdo.
Forse, questo viaggio è soprattutto un pretesto per raccontare, attraverso l’intersecarsi di realtà e immaginazione, la storia non come è realmente avvenuta, ma come lo scrittore vorrebbe che fosse avvenuta. Il nonno, Vittorio Ceconi, è un nonno vero, ma il racconto della sua vita, del suo viaggio è pretesto, quasi un’invenzione letteraria per parlare di quegli spazi infiniti, di quei silenzi sovrumani, dell’incanto di quelle isole che, come avevano fatto col nonno Vittorio, di nuovo lanciano la sfida anche al nipote scrittore. E così fino alla fine, fino all’approdo definitivo di questa ricerca, finché "dopo un’esaltante corsa sino all’ultima isola delle Incoronate, volgendo la prua verso la via del ritorno", lo scrittore sarà preso da una grande felicità all’idea che il giorno seguente, nel tardo pomeriggio, la sua Laura lo avrebbe finalmente raggiunto a Lussinpiccolo, da dove avrebbe potuto guardare la vita senza giudicarla, ma solo come "qualcosa che avviene".