Di Antonio Russello (1921-2001) l'editore Santi Quaranta di
Treviso ha già riproposto due romanzi di notevole valore letterario, L'isola
innocente (2002) e La luna si mangia i morti (2003), quest'ultimo,
nel 1960 accolto da Vittorini (ma è come se nessuno se ne fosse accorto) nella
Collana Medusa di Mondadori. Ora ecco arrivare in libreria, sempre su iniziativa
della casa editrice veneta, un inedito di Russello risalente al 1970, Storia
di Matteo, romanzo che conferma la sapienza narrativa di uno scrittore che
fa onore alla prolifica e spesso malcompresa e, perché no, anche sopravvalutata
letteratura siciliana (Antonio Russello nacque in Sicilia e morì in Veneto, dove
insegnò lettere italiane). E qui ne approfittiamo per dire che un elogio a
Russello non può non riguardare anche il suo nuovo editore, che ai nostri
occhi rivaluta una categoria solitamente dedita a scommettere sul sicuro.
Storia di Matteo (Santi Quaranta, pp. 70, Euro 11,00)
racconta, appunto, la storia di un giovane nato da un capriccio erotico di un
intoccabile ("...queste cantilene mi arrivavano sui sensi con l'eco della mia
prima infanzia che, nato appena mi dicono, da un amore colpevole tra un barone e
una sua serva, fui portato su una giumenta dentro una coffa..."). Questo giovane
condannato a fare il servo in un paese inchiodato ad arcaiche tradizioni tribali
(Favara, in provincia di Agrigento, dove l'autore nacque), è illuminato da
un'intelligenza che lo rende nemico dei suoi pari ma irresistibile agli occhi
di coloro che lui serve, specie se di sesso femminile.
Un servo, dunque, quest'eroe di Russello, paradossalmente
destinato a fare da padrone se non completamente, almeno simbolicamente presso
le anime di coloro che lui serve.
Il periodo in cui la storia si svolge è quello dei primi 50
anni del 900; periodo - anche se, a Favara, nessuno allora poteva accorgersene -
cruciale per la Sicilia e, di conseguenza per l'Europa. Assomiglia un po' al
voltairiano candido, il Matteo di Russello, con qualcosa, nella sua cristallina
volontà, fa pensare anche a Stendhal. Eppure, questo è un libro tutto siciliano,
diremmo chiuso in quel mondo, dove non c'è orizzonte, luce, colore, buio che non
siano siciliani. C'è una malinconia, nel narrare di Russello, un dolore di
vivere che solo chi è nato in una zona depressa e periferica del mondo come la
Sicilia, ma come quest'isola così tanto abitata dalla storia, può comprendere.
E' un dolore che nella resa poetica si fa appunto malinconia, come nei racconti
di Giuseppe Bonaviri, ma con minori intenzioni liriche, senza esiti di favola.
E' tutta pudori e accenni, la prosa in Storia di Matteo.
Una scrittura ellittica, indiretta, che regala al lettore l'impalpabile
piacere di costruirsi, anche col niente, l'inimmaginabile. Una scrittura che fa
comprendere quale sia la differenza, poniamo, tra dipingere un quadro e
tinteggiare un muro. Russello scrivendo dipinge come fanno i veri narratori,
capaci, con aggettivi e avverbi, di dare chiaroscuri magistrali; capaci, con la
loro sintassi asciutta e definitiva, di spalancare a beneficio dei lettori
prospettive mai assaporate. Da questo punto di vista, lo stile di Antonio
Russello si potrebbe accostare a quello di una altro scrittore siciliano
ingiustamente tenuto nell'oblio, quel Giuseppe Mazzaglia che - e anche qui
stiamo parlando di oltre 40 anni fa - avrebbe dovuto avere ben altri esiti dalla
critica con il suo bellissimo libro di racconti La dama selvatica
pubblicato da Feltrinelli.