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" La
Tribuna di Treviso", "Il Mattino di
Padova", La Nuova Venezia", Mercoledì 8 dicembre
2004
L'autobiografia di
Giuseppe Covre
IL LEGHISTA ERETICO
Storia di un amore eterno per
l'idea di federalismo
di
Sandro Moser
Beppe
Covre si fa vivo la mattina presto, quando noi giornalisti abbiamo le difese
abbassate. Lo fa con un sms: “Ti mando un pezzo”.
L’articolo arriva più tardi
via e-mail. Ed è sempre una sorpresa. Una sorpresa il tema. Una sorpresa
l’argomentazione. Non lascia mai indifferenti. Segue una telefonata, per
concordare la pubblicazione dell’articolo. Che si sviluppa più o meno così:
cauto avvicinamento al tema, discussione, lite, risata, chiacchierata finale un
po’ su tutto. Chi conosce Covre, chi lo legge sulla tribuna, concorderà
su un punto: poche persone conoscono bene come lui (e amano) il Nordest, il
Veneto, la Marca. Ha delle antenne formidabili, è sempre un passo in avanti nel
capire cosa bolle in pentola: problemi economici, dinamiche sociali, temi
politici. Capisce in anticipo e cerca di elaborare una risposta politica. Su
quest’ultimo punto ognuno può pensarla come vuole (per quanto mi riguarda, nelle
telefonate di cui sopra, il passaggio discussione-lite verte in genere su
questo), ma è impossibile non apprezzare le letture che Covre fa della sua
terra: rapide, puntuali, legate alla quotidianità e aperte agli scenari pi
larghi. E in ogni caso: in un mondo di politici freddi e superficiali Covre ha
calore, passione e coraggio di proporre un punto di vista.
Di questa passione politica,
che avevamo perso di vista, trasuda il suo libro, appena pubblicato dall’editore
“Santi Quaranta” nella collana “Il Rosone”, con la bella prefazione di Giorgio
Lago, al quale il libro è dedicato. Il titolo è “Sono un veneto – Autobiografia
di un leghista eretico”. Eretico? Si eretico. Perché, come scrive nella
premessa, «la mia fede politica resta il federalismo, un progetto, meglio un
“sistema” che valorizza e fa decollare in proprio le “piccole” civiltà (come il
Veneto) nella loro identità culturale e sociale servendosi di tutte le risorse
del territorio attraverso l’esercizio diretto della sovranità popolare». Covre è
leghista eretico perché prima c’è il federalismo, poi c’è Bossi e la Lega e
tutto il resto. E non è eresia da poco in un partito in cui è difficile stare a
galla se non si onora il leader maximo al di là di tutto, in un partito zeppo
(anche qui da noi) di dorotei in camicia verde bravissimi a destreggiarsi nel
partito ma intellettualmente avari con la vita. Beninteso, Covre parla con
orgoglio della Lega, con fierezza della sua appartenenza. Ma non ne riconosce lo
status di “partito”. Per lui era, è, sarà sempre un movimento.
Torniamo al libro. Covre, “un
ragazzo dei Palù”, racconta le sue radici «nel Veneto profondo, cattolico e
contadino». E’ uno sguardo affettuoso ma realistico, in cui molti possono
specchiarsi, riconoscersi e in cui altrettanti possono riscoprirsi. E capire da
dove vengono e perché sono quello che sono. Il Veneto che sembra lontano anni
luce, ma che è l’, appena dietro l’angolo della storia, è raccontato nelle sue
gioie bucoliche e patriarcali, ma anche nel suo grigiore, nella sua ritualità
asfittica, nella sua politica zuccherosa e inefficiente (e si capisce che a
Covre andava stretto): è un trattato di sociologia in presa diretta. Dice:
attraverso di me, “uno dei tanti”, potete capire cosa sono stati per noi tutti
questi anni. Poi racconta la svolta dell’industrializzazione galoppante che
strappa spazi su spazi al mondo contadino, fino al miracolo del Nordest. Anche
in questo caso Covre è, egli stesso, paradigmatico: è una delle mille rotelle
che hanno fatto decollare il Nordest, con la sua azienda inventata dal nulla, le
sue idee, i suoi viaggi all’estero a cercare mercati, gli ostacoli superati con
fantasia e determinazione, l’orgoglio di contare solo su se stessi, la rabbia
anti-fisco, quella per le inefficienze dei governi, nazionali e locali. C’è
tutto.
C’è tutto quel che serve anche
per capire come è nato un “leghista eretico”. La passione politica è il filo
rosso di questa autobiografia. Covre la scopre tardi, a quarant’anni, e come non
si stanca di ripetere, la scopre “per caso”. Ma se ne innamora subito. Fa parte
di una generazione politica che ha vissuto intensamente – non importa sotto
quale bandiera - uno snodo cruciale, nei primi anni ’90, della nostra storia.
Non tanto, e non solo, l’esperienza di Tangentopoli. Ma quella della riforma dei
sistemi elettorali locali e nazionali, dell’arretramento tumultuoso dei partiti,
di una prima liberalizzazione dei mercati, dell’irruzione della società civile
in una politica che era diventata territorio di caccia e di conquista di
mandarini, del movimento dei sindaci (di cui Covre fu con Cacciari uno dei
fautori), delle rivendicazioni dei territori. In questi anni, per un po’,in
molti avevano avuto la sensazione che si poteva cambiare davvero, restituendo
sovranità alla cittadinanza, recuperando un sistema di democrazia diretta.
Quegli anni Covre li ha
vissuti con trasporto e impegno diretto (tra difficoltà e incoscienze raccontate
ne libro con grande humor): in consiglio comunale a Motta, alla guida della
giunta di Oderzo. Poi a Roma , come parlamentare e di nuovo nella Marca, a
Treviso e a Oderzo. Ha creduto e crede che la Lega sia la sola forza politica in
grado di realizzare la sua “fede politica”, il suo progetto. Ci ha creduto con
indipendenza, anche dicendo dei no irriverenti: se questa convinzione venisse
meno, taglierebbe i ponti. Subito. Come scrive Giorgio Lago, quella di Covre è
«una vita veneta, non una carriera in corso». Anche in questa seconda parte
dell’autobiografia il libro, , raccontando una vita, racconta una collettività.
Le dinamiche politiche sono raccontate dal di dentro: i rapporti con i leader
come quelli con la base sono riportati come in un reportage di classe. Sono
pagine che aiutano a capire al di là del loro oggetto: una specie di “punto
della situazione” che rende chiare dinamiche, tensioni, scelte. L’impressione
finale è che quello spirito riformatore, esploso nei primi anni ’90, si sia
mantenuto intatto in Covre. Che non sia stato limato dal cinismo della politica
attiva, o dalla frustrazione di un sogno infranto.
Un lettore non di stretta
osservanza leghista, alla fine, proverà fastidio e irritazione per le ricette
che Covre propone ai temi che gli stanno a cuore, alle risposte politiche che –
come si diceva – ha elaborato ed elabora di fronte alle percezioni delle sue
antenne. Non condividerà in nulla certe sue convinzioni, certa enfasi sul
localismo, sullo spirito veneto e così via. Giusto che sia così. Ma è un punto
di vista che va compreso e meditato seriamente. Con un’avvertenza: Covre,
spesso, predica male ma razzola bene. |