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Sono un veneto
(Giuseppe Covre)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Giuseppe Covre, radicato nel Veneto profondo dei municipi e dei campanili, testimonia in questa “autobiografia” la sua fede politica in un federalismo autonomista e solidale, di respiro europeo, senza parassitismi.

Il titolo Sono un Veneto esprime tutto un mondo: la saggezza contadina, il buon senso, le radici religiose,l’amore alla terra, il fare concreto intriso di valori dei Veneti, e una sensibilità e cultura ricca e diversa, ma non in contrapposizione a quella di un padano. Come si evince dall’autorevole Presentazione di Giorgio Lago: il leghista alla Giuseppe Covre preferisce, realisticamente, alle “ampolle d’acqua i tranquilli prosecchi e cabernet di casa”.

Il libro è, poi, molto interessante per conoscere dall’interno della Lega la dialettica politica, le diverse posizioni di alcuni protagonisti di questo movimento originale, i rapporti burrascosi con Roma e la burocrazia; la grande stagione del Movimento dei Sindaci del Nordest di cui l’ex sindaco di Oderzo è stato l’ideatore primo, assieme Massimo Cacciari e a Lago.

Covre in Sono un veneto dimostra di essere pure un autentico scrittore e un giornalista “sorprendente” . Nelle pagine affabili di “Un ragazzo dei Palù”, rivela una felicità narrativa spontanea che fa intravedere un quadro coinvolgente, semplice e suggestivo, dalla sua famiglia patriarcale,cattolica e contadina, e della sua infanzia e giovinezza; i tratti, ma anche i sapori e le atmosfere di una vita sì povera, però dignitosa e buona.

Nella parte più politica e “storica” si fa evidente la penna di un giornalista dallo stile essenziale e accattivante.


Prima pagina 

LE MIE RADICI

 

Una famiglia contadina negli anni Cinquanta

     

        Una casa isolata, quella di Santa Maria del Palù. Ci si arriva per una strada che moriva lì, dopo aver attraversato lw campagna, troppo lontana dalle linee di fornitura dalla Sade, la società privata che allora distribuiva l’energia elettrica: così la sera si accendeva il lampiòn, la lampada a petrolio principale che illuminava la cucina sopra il grande tavolo attorno al quale per la cena si trovavano dalle 20 alle 25 persone. D’inverno poi, il lampiòn veniva spostato nella stalla dove si andava a far filò dopo avere spento l’enorme cucina a legna.

      Il filò era un momento di incontro familiare e comunitario che avveniva nella stalla, era una vera e propria “istituzione” contadina: prima, si recitava il rosario, poi le donne cominciavano a sferruzzare e a rammendare, gli uomini giocavano a carte. Oppure costruivano zoccoli di legno, scope,riparavano rastrelli, zappe eccetera.

    Qualche sera capitava l’ospite gradito:il contastorie “foresto” che con le sue storie incantava tutti. C’era l’intrattenimento, di cui erano protagonisti i più giovani che intrecciavano giochi, scherzi e schermaglie; c'era l'educazione alla socialità: il filò era un vero vivere in comune, dai più piccoli ai più grandi, uomini e donne, ognuno al loro posto, ciascuno con il suo ruolo.

    (...)


Rassegna Stampa

Bepi Covre, leghista eretico ma non al rogo ("Il Gazzettino", 3 dicembre 2004)

Il leghista eretico ("La Tribuna di Treviso", "Il Mattino di Padova", "La Nuova Vanezia", 8 Dicembre 2004)


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