di Antonio Trentin
Un universo di tre chilometri per cinque, o poco più, scelto come giacimento di memorie e di emozioni. Dalle pendici del Sommano all’ex campagna che è oggi una delle massime concentrazioni industriali del mondo. Da Piovene nascosta dietro la costa del monte a quelle che erano le prime case di Schio capitale del territorio, ma già in un’altra galassia rispetto al "centro del centro" che era Santorso. Un universo autosufficiente per un bambino sulla soglia dell’adolescenza.
L’ha scandagliato con abilità entomologica – fin nell’articolarsi più minuto delle balze collinari, delle contrade, delle attività e dei volti paesani – Francesco Lucchin, oggi professore di cosmologia e direttore dell’Osservatorio astrofisica di Asiago. Datato al "tempo zero" di una pregiata carriera scientifica – e cio+ agli anni in cui il futuro "Prof" si scopre ragazzo più dotato degli altri e sedimenta nel ricordo la vita degli anni a cavallo del ’50 – il libro vale da esordio del Lucchin narratore. La porta delle pagine intime, tutte diario di un tempo che fu, gliela ha aperta Santi Quaranta, l’editrice trevigiana di Ferruccio Mazzariol, nella collana Il Rosone.
È fin troppo facile scrivere del lavoro di Lucchin citando Mario Rigoni Stern – amico altopianese e predatore – che lo presenta così: "L’astronomo ha girato il telescopio su un microcosmo, ma il risultato è talmente bello e sincero che leggerlo fa bene". Facile, ma si deve. La sensazione percorrendo le pagine è proprio questa: un sistema di lenti concentriche puntate sul borgo, un microscopio che analizza i tratti delle persone, l’andamento dei muri di una via, gli odori delle case, il serpeggiare dei sentieri campestri, il brulicare di piccoli sentimenti, persone, esseri animati della vita quotidiana.
C’è anche il "buco nero" in questo Ritorno alla Casa Rossa di Lucchin. È la vicina e misteriosa Bocca Lorenza, antro che inghiotte le fantasie dei ragazzi, ospita la mini-mitologia altovicentina (le anguane e il salbaneo), restituisce reperti di ere disperse nelle pagine dei sussidiari scolastici. Bocca Lorenza, grotta archeologica e calamita psicologica, apre il raccontarsi dell’autore e punteggia i capitoli delle sue memorie.
Sono frammenti che trascorrono con una levità contrappuntata da qualche tocco di dramma. Lo scenario passa dalla vita familiare a quella scolastica, dalle vacanze alle feste comandate, dai giochi alle prime asperità dell’esistenza. Chi è stato bambino tra il dopoguerra e i primi anni Sessanta – diciamo nel quindicennio di preparazione al boom che avrebbe avuto l’area scledense tra i suoi epicentri e avrebbe cancellato rapidamente tutta una "civiltà" – ritroverà moltissimo di se stesso nelle righe di Lucchin.
Citiamo alla rinfusa: il pomeriggio della domenica al cinema parrocchiale, le figurine collezionate e messe in gioco con i compagni, il coagularsi e lo sciogliersi delle compagnie di quartiere o di frazione, la "dottrina" imparata a memoria, la rarità degli spostamenti dal corto perimetro di attività e interessi attorno a casa, la suggestione del treno che da Schio capolinea portava a Vicenza città, la vacanza in colonia.
Pianamente, Lucchin cataloga e racconta. Chi guarderà dentro il suo Ritorno, tornerà da lettore in un piccolo mondo senza protagonisti, il mondo faticoso e quieto che – lontano appena una generazione e mezza – sembra appartenere già a capitoli lontanissimi nella cronologia della nostra società.