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Racconti di Transilvania
(Stefan Damian)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Racconti di Transilvania è una singolare opera di narrativa che delinea una Transilvania suggestiva e dolente, in cui vengono privilegiati il senso del viaggio, gli incontri tra le persone, le osterie, il ritorno al passato, le figure misteriose e lievemente inquietanti: spicca in particolare quella di Sebastian Barbutza, che è una sorta di "messia" locale a capo della setta dei dodici pezzenti.

Intorno all’osteria (mitica la mescita del Rutzu) ruotano, oltre a Barbutza, quasi tutti i protagonisti del libro: dalla giovane Amalia, costretta dal Saltato (un commissario della polizia comunista rumena) a tradire il padre, allo stesso Saltato, dal "fantasma dell’innamorato" ai due cugini Pavel e Andrei, dal viandante con la fotografia agli zingari, per cui l’osteria stessa diventa un topos simbolico. Tutto pare "precipitare" in un tempo non conoscibile e non misurabile, mentre il mistero s’insinua nel quotidiano e negli ambienti più usuali, e perfino nelle figure "spente" della vita conferendo loro un’identità viva, ma sempre dai contorni indeterminati.

Ştefan Damian, passato attraverso la ricerca del tempo onirico della letteratura fantastico-surreale italiana e lo spazio virtuale di quella latino-americana, non trascurando le temperie della Mitteleuropea, rivela in questi bellissimi racconti, più omogenei e serrati di un romanzo, "una personalità tutta sua, estrosa e dinamica" come scrive Bruno Rombi nella sua Postfazione.


Prima pagina 

UNO STRANIERO?

 

Sebastian Barbuta, alto e ossuto, con il viso pallido coperto in maniera irregolare da fili sottilissimi e giallognoli di barba, aveva fatto la sua apparizione nel quartiere, all’improvviso, una domenica mattina, dopo aver attraversato il fiume che divide la città in due rioni distinti.

Sceso dalla carrozza laccata di nero del Pilpac, era entrato nell’osteria del Rutzu, inondata dal sole e linda per la recente pulizia, e aveva dichiarato che la sua intenzione, appena arrivato, era stata quella di entrare nella chiesa di Coltz. Aggiunse che vi era anche giunto vicino, senza fare più rumore di una mosca, ma che aveva esitato nel momento in cui aveva messo la mano sulla maniglia, al pensiero che in chiesa può parlare solo il prete, in genere sconosciuto alla maggior parte di coloro che lo ascoltano.

Perciò si era detto che era meglio l’osteria, visto che gente per bene se ne trova anche lì. Anche perché, nell’osteria, ognuno parla quando vuole o quando crede di poterlo fare, in una lingua capita da tutti, e può anche ascoltare quanto dicono gli altri, anche se nemmeno lì nessuno dice del tutto la verità. Anche perché, aggiunse, la verità nuda e cruda non si può mai dire, e se qualcuno ci prova salta fuori subito un altro che gli impedisce di continuare…

Il Rutzu, col quale s’era confidato, benché non l’avesse mai visto prima di allora, gli puntò gli occhi addosso, scrutando il suo volto quasi glabro incorniciato da una capigliatura bionda che spuntava da sotto il cappello. Notò che era magro, col naso leggermente al vento, le labbra grosse sporgenti e gli occhi di un colore vago, tra il verde e l’azzurro. E pensò che in lui c’era qualcosa di misterioso che non lo convinceva.

Dopo alcuni momenti di intensa riflessione gli parve d’averlo già incontrato in un altro luogo, ma non riuscì a ricordare dove.

(…)


Rassegna Stampa

Transilvania da scoprire tra legenda e quotidianità ("Avvenire", 14 febbraio 1998)


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webmaster Marco Giorgini