EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Nostro Tempo", Domenica 21 febbraio 1999

BARTOLINI. Valida riproposta del "Pontificale in San Marco"

Drammatico tramonto dell’ultimo patriarca

di Luca Desiato

Accade a volte ai romanzi come a certe belle donne: adulate e ammirate nella loro giovinezza e dimenticate nella loro maturità. Fuor di metafora, un romanzo come questo "Pontificale in san Marco" di Elio Bartolini, recentemente tratto dall’oblio dell’editore Santi Quaranta, vent’anni fa ebbe il giusto riconoscimento del super Campiello e i favori della critica, ma oggi è caduto in un ingiusto silenzio.

La vicenda si svolge a Venezia a metà Settecento. Al centro vi è la figura dell’alto prelato Daniele Dolfin, l’ultimo patriarca di Aquileia. Una diocesi decaduta come popolazione, importanza strategica e traffici (aveva al centro la gloriosa e antica città portuale romana), che verrà spartita tra la diocesi di Udine e Gorizia. Nel romanzo il patriarca è colto in un momento cruciale e drammatico della sua vita di pastore. La soppressione ecclesiastica segue motivi di convenienze politiche: le pressioni e l’ingerenza degli Asburgo, il disinteresse della Serenissima.

Il punto d’onore di Dolfin, nel momento della soppressione del patriarcato, sarà quello di chiudere in bellezza, celebrando un fastoso pontificale nella basilica di San Marco. La sua andata a Venezia avrà perciò tale scopo, anche se il suo arrivo risulterà, psicologicamente e strategicamente, come "una sosta dentro un più lungo viaggio".

I motivi di tale ostinazione a voler celebrare nel fasto una liturgia, per l’ultima volta, obbediscono anche a puntiglio, alla dolente cognizione che, un vescovo, dovrà rendere conto non tanto dei "diritti di una chiesa ma delle anime affidateci". E tra le cure di quelle anime c’è il ribadire solennemente una tradizione e un’appartenenza. Il dovere di salvaguardare la memoria storica, si direbbe oggi.

Il patriarca Dolfin rifiuta, come risarcimento, il cappello cardinalizio propostogli da Roma e si rifugia nella sua casa veneziana. In quella magione nobile comincia a vivere il suo non rassegnato esilio, tra memorie familiari non prive di ambiguità, come l’innamoramento per la giovane nipote Angela Corsaro, trasgressione giovanile prima dell’ordinazione, e segni di decadenza speculari a quelli di una Venezia che si avvia, teatrale, languida e orgogliosa, a uno splendido tramonto.

Il Settecento ha doppiato la sua metà e corre verso i distinguo affiliati dell’Illuminismo, verso quel grande ribaltone che sarà la Rivoluzione francese. Dolfin rimugina, sospetta, indaga, teme, atrocemente rimpiange il potere e il fasto perduti, in una specie di caduta verso l’indigenza, anche spirituale, in una parabola discendente descritta anche mediante il ricorso alle citazioni della "cronaca" di un autore settecentesco (veramente esistito, o creato con bella invenzione dell’autore stesso?).

A un certo momento l caparbio puntiglio di un pontificale finale in san Marco, un vero e proprio risarcimento voluto alla disdetta e alla prevaricazione, sia laica che ecclesiastica, forse verrà solo immaginato: "Barattare il patriarcato con un pontificale?". E il Dolfin sarà quasi disposto a rinunziarvi, per restare nell’ortodossia dell’obbedienza, e forse si accontenterà di una semplice messa celebrata in un oscuro monastero lagunare. La storia è piena di altisonanti ribellioni ma anche di oscure obbedienze che non fanno rumore, e questa potrebbe essere una di esse.

Diversi altri personaggi vengono a intersecare questa vicenda di impugnati diritti e controverse ragioni, dove lo spirituale spesso si confonde con l’interesse umano, la forma diventa sostanza e il carico di interessi mondani, dei punti di vista, delle rivendicazioni e tornaconti va a discapito della limpidezza di una vicenda prettamente ecclesiale. Personaggi tutti che vengono a presentare le loro ragioni, le loro oppugnazioni. Da quella flaccida e intrigante dell’ambasciatore De Bernis, che cerca di convogliare tutto verso la convenienza politica, a nome della Francia, di un accordo con gli Asburgo, ai quali preme la soppressione del patriarcato di Aquileia, alla figura di Angela Corsaro, sfiorita e insoddisfatta donna che cerca, invano, quella felicità carnale che la vita un giorno le ha precluso.

Il girovagare notturno per le calli veneziane sarà per Dolfin un estremo tentativo di aggrapparsi al significato della vita, la ricerca di un senso, anche se non troverà che laida decadenza, una città che spegne, assieme al suo prestigio passato, anche la voglia di prosecuzione: "… si moriva convinti di star ancora salvandosi…". In questo contrappunto fra decadenza personale e decadenza do una civiltà è da rinvenirsi uno dei temi più sottilmente intriganti dell’opera. "Servire la Chiesa… è angoscia che si rinnova da una volontà di sottomissione…".

Sarà la drammatica conclusione alla quale giungerà l’ultimo patriarca di Aquileia, prima di essere sorpreso dalla morte, tra i rimorsi di un antico peccato e senso della propria nullità, prima del pontificale, inginocchiato davanti all’altare di una chiesa.

Un senso di fine, di angosciosa caduta permea il breve e intenso romanzo di Bartolini. Il dispiegarsi di una vicenda umana e culturale, soffocata dalle esigenze delle cosiddette sorti progressive della storia, acquista lungo le pagine quasi una cadenza liturgica. Una vicenda storica ben documentata e scavata nelle sue incognite di avvenimenti pubblici e privati (è nella coscienza che avvengono le contese, le disdette, gli sconvolgimenti, le consunzioni più drammatiche). Non ultimo, c’è da sottolineare l’esistenza, nel romanzo, per nulla invecchiato dopo venti anni, di una scrittura calibrata e rutilante, corposa e al tempo stesso leggera. Ma non di quella leggerezza impalpabile, di apparenza e di cipria, come molte vicende settecentesche, bensì di quella malinconica che possiedono certe vicende stemperate nel pensiero.

webmaster Marco Giorgini