Ritorna Pontificale in San Marco, il romanzo, non so se il più bello, certo il più noto, con cui Elio Bartolini vinse il Campiello nel 1978. ma ritorna in una nuova veste, quella elegante e preziosa dell’editore Santi Quaranta di Treviso, e in edizione rinnovata. Oggi che Bartolini ha toccato i 76 anni, ostinatamente fedele a una vocazione morale e storica, questo libro può apparirci davvero come lo stemma araldico di tutta la sua vicenda di scrittore: uno scrittore d’un realismo corporeo, sanguigno e insofferente, di pastosi cromatismi, di squarci imprevisti e corruschi, saldissimo nei dettagli (e quanto documentato), talvolta persino fastosamente e doviziosamente liturgico, nei modi di una prosa sontuosa, di strenua ipotassi, che procede per incisi e soprassalti, ellissi e indugi digressivi, improvvise torsioni, magari ritmate sull’inattesa, forzosa anticipazione di un avverbio in funzione aggettivale. Lo si direbbe, lui così visivo e tutto dentro la grande tradizione pittorica italiana, un prosatore quasi sperimentale: se il suo sperimentalismo non bastasse a una verità più umana che letteraria.
Siamo alla metà del Settecento: l’antichissima Aquileia che s’era ritenuta apostolica, al pari di Roma, perché evangelizzata dall’apostolo Marco, è dominata dal 1509 dall’Austria, mentre già dal 1420 tutti i suoi territori sono finiti in mano ai veneziani. Ormai ridotta a poco più di un villaggio, Aquileia, per volontà non solo papale, sta per perdere il suo patriarcato: l’ultimo patriarca, il veneziano Daniele Dolfin, torna allora alla città natale in attesa, forse, solo della morte. E Bartolin solleva subito la sua nobile, perplessa, condiscendente, quasi indolente figura, ma subito slontanandola (il verbo è molto suo: e frequente come un tic stilistico): al centro di un quadro, come sottratta ai torbidi della vita, o affidata al catasto dell’erudizione ("Domani gli storici, in ipotesi cautamente contrapposte, disputeranno…"). In effetti, se lo chiedono anche i più occhiuti tra i magistrati veneziani, e dentro una trama di intrighi internazionali: chi è e che vuole veramente costui, che torna per barattare un patriarcato con un ultimo pontificale da tenere in san Marco? Il romanzo coincide, appunto, con questo percorso d’avvicinamento: per recuperare il patriarca, da quella ieratica lontananza, alle sue più antiche e schiumanti verità esistenziali.
Nel passato recente, c’è un Friuli derelitto, ma laborioso e onesto. Sullo sfondo, a moltiplicare di decadenza una vita che frana verso il suo baricentro nero, c’è Venezia, quella percorsa anche dal più straordinario dei poeti libertini, Giorgio Baffo, e da Casanova: cui Bartolini dedica, proprio ora, una bella Vita (Mondatori). La Venezia ove si vive procedendo "nella consapevolezza d’un palcoscenico dove può succedere tutto, purché si venga a sapere". La Venezia di ventagli e drappeggi, ove la congiura pare "la diplomazia prediletta". E Dolfin vi s’addentra, per l’ultima volta, con "lo strazio d’un segreto tra se stessi e la vita": al fondo di cui, osceno e fosforescente, il ricordo lontano e ossessivo di una nudità si lega al più impronunciabile dei peccati. Là dove (oh Casanova) il piacere e la morte sono tutt’uno.