Mazzariol, editore porta a porta

Scrivono di noi · 3 novembre 2002

di Andrea Passerini

Il fenomeno Santi Quaranta, Adelphi trevigiana, che scopre e stampa scrittori sconosciuti e punta su autori dimenticati

Lo chiamano l’editore “porta a porta”. Pensate che si offenda? Macché: “Sì, sono il commesso viaggiatore di me stesso” conferma. Da anni gli inserti culturali della stampa nazionale scoprono le “chicche” della casa editrice dal nome anomalo ma così carico di storia per Treviso: Santi Quaranta. Più porta di così… Fioccano premi, riconoscimenti, in mezzo ai colossi dell’editoria. Ma questo non fa cambiare di una virgola Ferruccio Mazzariol: amori editoriali, la passione di recuperare grandi nomi trascurati e di lanciare nuovi scrittori del Nordest, di pubblicare libri di donne. Tra Fontane e Girard, tra Gramigna e Bartolini, Barberi Squarotti o Gioanola, il macedone Vishinski o il cubano Eguren, la scoperta dell’esordiente Mazzocato (13 mila copie de “Il delitto della contessa Onigo”) o il mitteleuropeo Kitzmüller che racconta le Incoronate. Mazzariol può ben essere invitato da Rizzoli a Milano per una serata speciale dedicata a Giuliana Gramigna; può venir corteggiato da Feltrinelli. “Resto un piavot (alla lettera ndr), vengo dalla terra del Raboso” dice lui candido, candido “anche se preferisco il Refosco o un Franc. Mi considero un esploratore dell’anima”.

E dagli con il Piave. Questa razza Piave?

“Se intendiamo gente forgiata dal fiume e dalla fatica, esiste, mi riconosco. Ma non può parlare Gentilini, da vittoriese è un belumat, la sua cultura non rispecchia quella di questa terra. ‘Spara’, è furbo, ma così fa identificare Treviso con lui, e non rende la cultura della città”.

L’editore-rappresentante piazza i suoi libri fra edicole e biblioteche, fra sodali e piccole e grandi librerie. La sua rete è anomala: 800 punti vendita, fittissimi a Nordest, meno al Nord (Milano, Liguria, Emilia), con propaggini al Centro e al Sud. Memore forse di quando inseguiva le persone, per vendere (“e me ne scappava sempre qualcuno”), Mazzariol ha conservato l’umiltà per considerare ogni potenziale cliente una risorsa.

Piccolo è bello?

“Si vive, facendo quello che piace: non è poco. Ci ho provato, mi sono detto che avrei potuto pubblicare i libri che piacevano a me…”.

Ma si sente il Calasso del Nordest, con una sua “Adelphi”?

“I libri li vivo, poi qualcuno ne sbaglio. È un parallelo che fa onore, come lui anch’io ho pubblicato le mie opere… ma non scomodiamo gli dei. Siamo contenti di fare poche cose, dignitose, di avere un riscontro. Non chiediamo soldi agli autori, ci impegniamo nella distribuzione”.

E la sua matrice cattolica?

“Sono praticante, ma la casa editrice è pluralista. E sono distante da quel cattolicesimo che è solo retorica di valori. Cerco l’uomo, la storia, l’anima; il nostro essere bambini e poi adulti”.

Il suo successo è anche la rivincita del locale?

“No. Metà degli autori pubblicati sono stranieri. Una volta un assessore leghista me l’ha detto, e mi sono arrabbiato. Presentiamo storie nostre, dalla Marca fino alla Mitteleuropa fino alla civiltà adriatica, ma apriamo a tutto il mondo”.

Lei tiene molto alle sue scrittrici.

“Fantastiche. Ah, la Gramigna: devo dire grazie ad Afeltra, quel Natale era il libro più venduto a Milano; e Minnie Alzona, con la sua scrittura vibratile; l’esordiente Sonia Savioli, fotografa che ha scelto il Chianti. La più grande è forse Paola Faccioli, ebrea e così ligure”.

Com’è cominciata?

“Avevo pubblicato i miei versi La resurrezione della carne, tra amici e tam tam ne ho vendute 2000 copie. Ero asfissiante, avevo un indirizzario, allegavo il conto corrente. In libreria erano andate via 10 mila copie. Mi sono detto ‘forse posso fare da me’. Ma tutto è nato veramente nel 1984. Quanti anni sono passati, 18? Penso non ci siamo più problemi, ora, con la Finanza…”.

Racconti.

“Città Armoniosa è in crisi: attende ordini sulla scrivania, cosa nefasta per un piccolo editore. Il presidente mi dice ‘ma come hai fatto a vendere 1000 copie del tuo libro?’. Gli rispondo che ne avrei potuto vendere 10 mila… Mi propone di fare a metà. Abbiamo fatto pacchi del suo catalogo, 4 libri 10 mila lire, o giù di lì. Pubblicità sui giornali: a febbraio 1985 c’è uno sciopero dei giornalisti, escono solo Il Giornale e Il Manifesto. È la manna: centinaia di telefonate, alla fine vendiamo 125 mila volumi. E i bilanci sono in pareggio”.

È vero che fa l’editing a casa sua?

“Beh, fino a pochi mesi fa il mio soggiorno era la sede della Santi Quaranta. Siamo io e mia moglie Elide…”.

Sua moglie?

“Non sa scrivere, ma ha una capacità di analisi e di introspezione, avverte subito cadute e punti deboli, anche di nomi consacrati. Ognuno di noi legge i testi, poi ci confrontiamo. Adesso veramente siamo in tre, si è aggiunta Gabriella Zavan, un’ispanista: bravissima”.

E cosa dice agli autori?

“Sono molto esigente, così come sono generoso sul piano finanziario. Un autore ha steso cinque redazioni in 19 mesi… ad altri non serve toccare nulla”.

Cosa legge Mazzariol?

“Duecento libri l’anno. Ma non sono un topo da biblioteca, mi piace andare nella natura: sul Montello ci sono due o tre luoghi molto cari, vado lì”.

E gli autori del cuore?

“Gli abissali, Dostoevskij e Gogol. Poi Saint-Exupéry, la levità. E Joseph Roth”.

Italiani?

Poco. Lo stesso Manzoni, senza lingua, perde forza. Mi piace Morselli. Altrimenti i meridionali: Verga, De Roberto, lo stesso Vittorini. Sciascia?. Più maestro e saggista che scrittore. Ecco, Nievo: adorabile. O Tommaseo”.

E i trevigiani?

“Berto, riassume bene le nostre contraddizioni. Non Comisso, bello solo ne I giorni di guerra”.

E il suo rapporto con Treviso, da pontepiavense?

“La amo. È gentile, umana, ti conquista lentamente. Ha una dolcezza che non guasta mai. E questo dialetto che non è il mio, ma riproduce le risorgive, le cascatelle: peccato si perda…”.

E la cultura?

“Non sfigura di fronte a moltissime altre. Onore a De Poli, con la sua fondazione ha recuperato il rapporto tra pietra e acqua, l’anima della città. Non a caso ce lo invidiano tutti, ha guardato oltre l’orto cittadino. E poi i mille rivoli, la pittura e la scultura, Gino Rossi e Arturo Martini, ma anche la storica casa editrice Canova. Due quotidiani, i teatri. E invece tutti pensano a Gentilini”.

Le soddisfazioni?

“Molte. Non solo le scoperte dei grandi quotidiani, i complimenti dei critici. C’è chi colleziona le nostre locandine, chi ci chiama da lontano per avere un libro”.

Errori?

“Qualcuno. Ma ci stanno”.

Ha rimpianti?

“Di non aver fatto di più. Se nel 1993 avessi potuto portare il libro della Gramigna nelle edicole, ne avrei venduti 80 mila. I lettori ci sono. Ci vorrebbe più visibilità, più continuità. Pensi che l’Istat non registra i libri locali”.

Pensa al festival-rassegna di Mantova?

“No, quelle rassegne sono fatte per il libro globalizzato, per le case potenti, per le star letterarie. Noi siamo piccoli, pazienti”.

E i libri nelle edicole, allegati ai quotidiani?

“No. Non si esce dai soliti nomi, e il prezzo fa pensare alla gente che quando noi chiediamo il doppio siamo ‘fuori’… credo che si svilisca anche il giornale stesso. Noi proponiamo nomi diversi”.

Cosa farà nel 2003?

“Apriremo una collana di storia, accattivante e documentata. Forse con un volume sulla falange spagnola. E una collana di fiabe e leggende: il Chianti, il Piave, le Hawaii. Ho una chicca irlandese, mai tradotta, il castellano Antonio Russello, e una trevigianissima sorpresa…”.

“La Tribuna di Treviso”, domenica 3 novembre 2002

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