EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Gazzettino", 27 novembre 1995

Marta, il bambino e un’anima tragica e religiosa

di Giancarlo Granziero

"Il suo viso sottile, chiaro come cristallo opalescente, mostrava una tranquilla meraviglia". Così viene presentata la protagonista del nuovo romanzo "Marta e il bambino di cera" (Santi Quaranta Editrice, lire 20.000) di Paola Faccioli, le cui opere precedenti sono entrate nelle finali del Premio Viareggio e del campiello, segni di indubbia validità letteraria dell’autrice.

Questa storia, ambientata in un Medioevo che il lettore può avvicinare alla propria sensibilità, narra con stile incisivo e molto trascinante le vicissitudini di una donna (che potrebbe rappresentare un particolare universo femminile) la cui religiosità, nel contempo tragica e complessa, la porta a uno "sdoppiamento" di sentimenti e all’esaltazione mistica della sua coscienza di madre.

Il "Bambino di cera", visto come oggetto, si trasfigura nelle vere sembianze del figlio "confinato nel buio senza legami col mondo" per un difetto di nascita, che la madre porta in continuo pellegrinaggio attraverso santuari e chiese situati verso Oriente dove nasce il sole (la vita anche), in cerca di una giustizia, della grazia divina, un miracolo che non si realizza.

Nel segno del "mistero religioso", quello rappresentato negli antichi testi ma che sussiste tuttora in alcune tradizioni popolari, il libro è insolito. Per il suo contenuto, che coinvolge emozione e volontà di credere, sentimento e riflessioni su un Dio che può essere alternativamente irato e compassionevole, nel microcosmo di un personaggio "travolto" da un susseguirsi di situazioni laidamente intese e cristianamente vissute.

Libro insolito, dicevamo, perché affronta certi lati del vivere non in acritica maniera letteraria ma con passione e lucida analisi come quando la Faccioli scrive di una riflessione di Marta in chiesa: "Nulla poteva riscattare l’uomo dalla sua oscurità, benché da tempo immemorabile sopportasse il peso del mondo e patisse umiliazioni e povertà, malattia e morte secondo alla volontà del suo Signore".

A una prima lettura, sembrerebbe una storia disperata, negatrice di ogni speranza, simbolica dell’inutilità della persona nei confronti del Divino. Ma a una rivisitazione del racconto, spogliato dai voluti orpelli della finzione letteraria, scopriamo che si tratta di un continuo atto di coraggio della protagonista, che capisce via via come il destino del "Bambino di cera" si debba compiere, e che diventa emblema di una femminilità universale mai passiva ma padrona di se stessa.

webmaster Marco Giorgini