EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Avvenire", 10 gennaio 1996

Le sfide di Marta e il Bambino di cera

di Claudio Toscani

Illegittima, abbandonata dalla madre, Marta è esemplare educanda presso un convento di suore. Scelta per impersonare la Vergine durante la sacra rappresentazione che ogni anno si tiene al paese, in cui profezie e Annunciazione fanno da prologo alla Passione di Cristo, la ragazza incontra un giovane artista del legno che, per altro, modella piccoli Gesù di cera. Marta è uno specchio di virtù. Sposa felice ma sfortunatissima madre di un piccolo destinato a rimanere infermo per l’intera vita, si avvia al suo calvario ripercorrendo la strada del biblico Giobbe, il giusto vittima del dolore e del male. Un giorno si allontana da casa e il calvario diventa mobile trama di avvilimenti, asperità, delusioni. E scommessa con Dio, un Dio che lei ritiene ingiusto, geloso, insensibile. E la lotta è il romanzo, e il romanzo una tesissima prosa di interrogativi, provocazioni, abbandoni, sconforti. Sotto alle robuste travi di un realismo di gran marca, ecco le ardite prospezioni di una creatività problematica e sconvolgente, che afferrano il lettore nelle volute di una trama vivacissima e dolorosa.

Un nome solo, Marta, campeggia nell’ultimo libro di Paola Faccioli (Marta e il bambino di cera, editrice Santi Quaranta), sperimentata scrittrice torinese, ora residente in Liguria dopo vent’anni trascorsi a Milano. Ma rendiamo una volta tanto merito anche all’editore (nella persona di Ferruccio Mazzariol), per aver dato alle stampe un libro d’insolita bellezza, opera vivissima e dolorosa, drammatica e veemente e insieme di straordinaria dolcezza. Cade l’anno, il secolo e il millennio, e Paola Faccioli si presenta sulla scena accanita e babelica della narrativa contemporanea con un romanzo di grande inventività e non meno grande fantasia morale, chiamando a raccolta inedite dimensioni di linguaggio (una figuralità lessicale che è tutta un’ineffabile realtà di simboli), dissolvenze incrociate di tempi (Medioevo, Riforma, Controriforma e modernità), e di spazi (paese, terra, latitudini quotidiane e quotidiane mappe dell’anima). La storia di Marta, sorprendente mater dolorosa è quella di un’iniziale accettazione della volontà divina, che progressivamente entra in pervicace, quasi allucinato contraddittorio con Lui, ai limiti, diciamo pure, dell’ordalia. Una sfida che, comunque, ottiene una sorta di miracolo, un surrogato di miracolo (questo ha pensato di potermi arrogare circa il sapientemente "sospeso" finale del libro). Vale a dire, che la struggente visionarietà di una madre ferita, aggrappata con tutte le sue forze al "chiedete e vi sarà dato" di evangelica memoria, ha come risultato la metamorfosi di un desiderio, se non proprio in realtà, in verosimiglianza. Il piccolo di Marta, come sappiamo paralizzato e del tutto inconsapevole, viene accolto come "bambino di cera" nell’oratorio che rifà la storia di Gesù… In questa sublime e simbolica "con-fusione" tra creatura viva, sacro simulacro e Cristo bambino, un transunstanziale mistero si compie. La sfida non è persa, ferme restando l’intransigente imperscrutabilità dei decreti divini e la loro sovrastante assolutezza.

webmaster Marco Giorgini