EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Nostro Tempo" n.21, Domenica 26 maggio 1996

NARRATIVA. L’ultimo romanzo di Paola Faccioli

Marta e il suo bambino in cerca di salvezza

di Massimo Romano

PAOLA FACCIOLI è una scrittrice appartata, estranea alle mode culturali e ai brusii dei mass-media, che ha pubblicato sinora cinque romanzi presso piccoli editori, ottenendo lusinghieri giudizi della critica. Il suo libro d’esordio, "Andrea e il suo carceriere" (1977), fu definito da Arpino "una parabola che ha la secchezza e la pulizia d’una storia religiosa mentre brucia i suoi fuochi esili nel recupero di memorie ormai avvizzite". Si potrebbe dire la stessa cosa anche dei romanzi successivi, da "Passione e morte di Tommaso Loser" (1981) a "L’anno della torre" (1983) a "Le isole felici" (1990), storie religiose non tanto per la materia in sé, quanto per la tensione metafisica che le percorre.

Anche il suo ultimo libro pubblicato, "Marta e il Bambino di cera" (Treviso, Santi Quaranta, pp. 135, 20 mila lire), più che un romanzo, è un’allegoria, un apologo, asciutto e sorvegliato nella scrittura. Come Andrea, Tommaso Loser, Warden e Man, i protagonisti dei libri precedenti, anche Marta è un personaggio inquieto e dolorante alla ricerca di strade di salvezza nell’inferno del mondo.

La trama è semplice e lineare, come un exemplum o un ex voto, scandita in un trittico: l’annuncio, il viaggio, il ritorno. Nel villaggio di un imprecisato Medioevo ogni anno si svolge una sacra rappresentazione. Per impersonare la Vergine viene scelta una fanciulla di nome Marta, una trovatella allevata dalle suore. Un giovane si presenta in convento per chiederla in sposa e offre loro un Bambino Gesù di cera, fatto con le sue mani. Dopo le nozze, nasce un bambino bellissimo, con gli occhi trasparenti e i capelli biondi della madre, ma il suo corpo non cresce, rimane gracile e avvizzito come un ramo secco, "come una pianta che vegeta senza coscienza".

Dopo aver sfidato il Signore portando il bambino in chiesa per mostrargli "ciò che è uscito dalle sue mani", Marta si mette in viaggio col figlio, va verso oriente e percorre "il deserto senza Dio" in cerca di giustizia. Poi torna a casa e il marito, malato ai polmoni, crea un bambino di cera da portare in chiesa la vigilia di Natale: "Un tenero chiarore, simile a una fiamma soave, che riscaldi il pallore dell’alabastro emanava dal Bambino. Il corpo era gracile e leggero e la sua fragilità lo rendeva più ammirabile; come un fiore di mandorlo nato nel cuore dell’inverno possedeva l’incanto delle cose destinate a consumarsi in breve stagione. Il volto era gentile e saggio, quanto può esserlo il volto d’un bambino, senza che sia rotto l’incanto della sua inconsapevolezza. Il dolore del mondo era in lui, ma al di là di un velo, perché l’ardore della speranza non ne fosse offuscato".

Nelle pagine finali, che non sveliamo per non tradire il lettore, si confondono e si mescolano tre bambini, in un gioco sacrale di sovrapposizioni che scioglie in un tenero calore il gelo disperato della storia.

webmaster Marco Giorgini