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" Il
nostro tempo", Domenica 23 febbraio 2003
NARRATIVA "L'isola innocente" di
Antonio Russello
Una comunità di fanciulli vive
sugli alberi di un bosco
di
Luca Desiato
Secolo diciottesimo a Ginevra:
in un bosco, arrampicata sugli antichi alberi, vive una strana comunità di
fanciulli con il loro precettore selvatico che insegue una sua utopia
colturale e sociale: è Giangiacomo Gibard. La realizzazione di una comunità
di ragazzi sbandati da rieducare e redimere costituisce il tentativo di
inventare un'isola incantata.
Nel bosco atterra un giorno un
piccione viaggiatore che viene da Napoli. Porta il messaggio di un eccentrico
pensatore: Giambattista Grieco. Se Gianciacomo adombra Rousseau, il
personaggio di Giambattista adombra il filosofo Vico. Due esperienze e
mentalità, due approcci diversi al reale, ma lo stesso coraggio e fervore
intellettuale, una paritetica capacità di sognare e intravedere il futuro. Su
questa convivenza e sulla dialettica che ben presto ne nasce gioca le sue
carte "L'isola innocente", il bel romanzo di Antonio Russello, morto
due anni fa. Un romanzo passato pressoché inosservato alla sua uscita nel
1969, recentemente riproposto dall'editore Santi Quaranta.
Giangiacomo viene da un amaro
pellegrinaggio in varie magioni nobiliari dove, come precettore, ha cercato di
istruire bolsi e sfaticati rampolli nobili che non ne volevano sapere. I suoi
metodi pedagogici anti tradizionali, al limite della trasgressione, ma
straordinariamente moderni, gli avevano fruttato una filza di licenziamenti.
Il Grieco (leggi: il Vico), da parte sua fa il copista in una Napoli
spagnolesca e lazzarona, scrive orazioni funebri per i ricchi e canzonette per
il popolo, dovendo sfamare sette figli piccoli. Acceso dai suoi ideali sogna
di uscire dalla miseria con la pubblicazione e il successo di una grande opera
filosofica. Ma tutto ciò tarda ad accadere e la miseria, dovuta anche al
rigetto da parte di eruditi e accademici tronfi, è drammatica.
Le due vite scorrono dunque
parallele, unite di quando in quando dai messaggi portati dal piccione
viaggiatore. La cura della banda di ragazzini arboricoli da parte di
Giangiacomo e la vita condivisa acuiscono in lui l'esigenza di approfondire
temi e soluzioni pedagogiche inusuali: educarli e valorizzarli, essere per
loro il precettore che renderà possibile, attraverso scelte
antitradizionali, e una diversa cultura, il salto di classe. (Pare di
scorgere una metafora voluta dall'autore in questo adombrare, con tre secoli
di anticipo, quella che sarà l'opera di don Milano con i ragazzi di Barbiana).
Soldati inglesi penetreranno
nel bosco, taglieranno gli alberi secolari e cercheranno di stanarne gli
abitanti. Il sopravvenire di un'alluvione trasformerà il bosco in un lago: la
banda di ragazzi si rifugerà su una zattera di tronche che, con lavoro
indefesso, verrà trasformata in una nave. Giangiacomo vi organizzerà una
comunità, dando ai ragazzi l'impronta educativa di società libertaria.
Intanto a Napoli [...]
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