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" Corriere
della Sera", 15 marzo 2003
ELZEVIRO Felice riedizione di Russello
Nell'isola innocente con
Voltaire e Gadda
di
Matteo Collura
La casa editrice Santi Quaranta
di Treviso ripropone un romanzo che quando uscì, nel 1969, non ebbe dalla
critica l'attenzione che meritava. Non ne ebbe neanche l'anno dopo, quando Giangiacomo
e Giambattista - questo il titolo del romanzo pubblicato pubblicato dal
libraio editore palermitano Fausto Flaccovio - giunse finalista al premio
Campiello, vinto poi da Mario Soldati. Ora l'editrice trevigiana nel risvolto di
copertina si augura che l'autore di "questo splendido, sorprendente
romanzo", pubblicato con un nuovo titolo (L'isola innocente, pagine
205, euro 12) venga riscoperto. Fa bene; e gli siamo francamente grati, perché
questo libro, opera di uno scrittore che non conoscevamo (nonostante,
apprendiamo, un suo romanzo, La luna si mangia i morti, nel 1960 fu
pubblicato da Vittorini nella mondadoriana Medusa) ci ha regalato una delle
letture più piacevoli e stuzzicanti che a un lettore di professione può
capitare di fare.
Un racconto, fantasioso,
leggero, fantasmagorico, questo di Antonio Russello, siciliano di nascita,
emigrato in Veneto, dove ha insegnato lettere italiane a Treviso e nella Marca
trevigiana, e morto a Castelfranco Veneto poco meno di due anni fa. Sfolgorante
nello stile, L'isola innocente racconta di due intellettuali del XVIII
secolo, uno svizzero l'altro italiano, i quali danno vita a una serie di
avventure che, se proprio vogliamo riferirci a dei precedenti, possiamo
approssimativamente collocare - e senza esagerare - tra il Candido di Voltaire e
Lazarillo de Tormes, passando per Laerence Sterne e Carlo Emilio Gadda.
Giangiacomo, che di cognome fa
Gibard (ginevrino), può benissimo alludere a Rousseau, mentre Giambattista
(napoletano) può benissimo essere Vico. Ma i due personaggi reggono bene anche
senza questi speculari accostamenti; e sta in questa diversa possibilità di
lettura (quella colta e quella più godibilmente favolistica, terra terra) il
pregio maggiore di questo sorprendente romanzo che si situa eccentricamente nel
panorama della tradizione siciliana, alla quale invece Antonio Russello sembra
avere più direttamente attinto in altre sue opere.
Costruito un suo piccolo regno
"corsaro" su una nave realizzata in una terra priva di mare e
governata da una "banda" di ragazzini un po' sciuscià un po' Peter
Pan, grazie alla distrazione di un piccione viaggiatore, Giangiacomo Gibard
entra in contatto con un suo collega precettore, il napoletano Giambattista
Grieco. Ed è un incontro-scontro su due diversi modi di educare, d'interpretare
la storia e i segni della realtà, mentre l'innocenza dei ragazzini illumina
ogni cosa con giusto stupore e buon senso.
Il romanzo è un continuo
scoppiettio di sentenze tra il colto e il popolare ("Mangio", disse il
Tellière, spostando un alfiere, "come mangiavano gli Spagnoli in Italia.
Il Lumière disse: "E come mangiavano i Francesi, e ora mangiano gli
Austriaci; l'asse dell'Europa è in mano a queste tre potenze, così c'è
equilibrio..."); ed è anche un amabile pamphlet, una colorita e leggera
invettiva contro le Accademie e i parrucconi di ieri e di oggi.
Ed è anche un modo di spiegare
il mondo, apparentemente ai più piccoli, con la semplicità e l'accortezza di
un prestigiatore della parola ("Ricordò che quand'era ragazzo, studiava su
una carta geografica tappezzata di tanti colori, e quanti colori c'erano, così
tanti confini, come siepi. Gialla la siepe dello Stato dei Savoia, rossa la
siepe del ducato di Milano, viola quella della Repubblica di Venezia, grigio il
granducato di Toscana, come dentro un orto ci sono i pomodori rossi, i peperoni
gialli, le lattughe verdi...).
Impagabile il napoletano in cui
Giambattista e sua moglie si esprimono ("E tu arricuorditi, e tu
arricuorditi...). Finisce sul patibolo uno dei due protagonisti, la Rivoluzione
Francese ormai prossima. Non diciamo chi per non sciupare la sorpresa e
chiudiamo con il rammarico di non averle parlato di questo libro mentre il suo
autore era in vita. Ma così è la letteratura: una serie infinita di
riconoscimenti postumi, di ingiuste graduatorie fomentate dai cantori e cultori
del nulla di cui siamo tutti vittime e, nel nostro caso, anche involontari
complici.
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