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" La
Stampa", Martedì 16 settembre 2003
Vico trova
Rousseau
di
Salvatore Ferlita
Ogni giorno di più ci si fa
l'idea che la letteratura siciliana del Novecento dovrebbe essere riscritta,
tenendo finalmente conto di tutti quegli scrittori che fino ad oggi non sono
stati degnati della giusta attenzione. lo diceva Leonardo Sciascia: spesso la
dimenticanza, come l'edera, si impossessa di certi nomi della nostra storia
letteraria e civile, occultandoli più o meno colpevolmente. E' quello che in un
certo senso è accaduto nel caso di Antonio Russello, scrittore nato a Favara
nel 1921, di cui ci eravamo occupati scrivendone su Stilos che esordì nel 1960
col romanzo La luna si mangia i morti, pubblicato da Elio Vittorini per
Mondadori; un romanzo che piacque tanto a Leonardo Sciascia, il quale ne scrisse
su "L'Ora" nel 1961. Da qualche tempo, grazie al sempre attento e
coraggioso editore Santi Quaranta, si può cominciare a colmare il vuoto, a
ricucire lo strappo della memoria, con la ripubblicazione di uno dei migliori
romanzi di Russello, Giangiacomo e Giambattista, uscito con
Flaccovio nel 1969, e finalista nel 1970 al Campiello, accanto ai romanzi di
Moravia, Cassola, Gadda e Soldati. quando il romanzo uscì, Giancarlo Vigorelli
sulle colonne de "Il Tempo" scrisse: "Il libro italiano letto
ultimamente che mi ha più sorpreso, intrattenuto, soddisfatto, pur nella sua
apparente inattualità". Un libro fresco, creato con la felicità della
fantasia, che di pagina in pagina è un continuo, inestinguibile zampillare di
trovate, riproposto col nuovo e accattivante titolo L'isola
innocente. "Storia" di Giangiacomo e Giambattista. Si tratta
di un romanzo che si inserisce nel solco del compte philosophique, ma che
soprattutto richiama con prepotenza il filone della narrativa picaresca
spagnola, col turbinio inarrestabile di avventure che lo attraversa dall'inizio
alla fine; la trama del libro è gestita con tempismo, scritta in stato di
grazia, e segnata da repentini e inopinati cambiamenti di scena. I protagonisti
delle vicende narrate da Russello sono Giangiacomo Gibard, al secolo Rousseau,
il quale all'inizio si trova a far da precettore in una villa svizzera a
svogliati figli di nobili e che, a un certo punto, preferisce unirsi a un gruppo
di ragazzi errabondi che vivono nel bosco, sugli alberi; e Giambattista Greco
(che altri no è che Vico), il quale a Napoli si arrangia con le lezioni private
per sfamare otto bocche, quelle dei suoi figli, componendo opere rifiutate dagli
Accademici. I due personaggi riescono a mettersi in contatto grazie a un
piccione viaggiatore, per mezzo del quale mettono in comune i loro rispettivi
metodi pedagogici. E alla visione utopica del primo, basata su un fortissimo
sentimento della natura e sul rifiuto della storia, si contrappone il metodo
dell'altro, radicato fortemente nella storia e nell'esperienza. A un certo
momento del romanzo, le vicende dei due protagonisti convergono verso un epilogo
simmetrico, che si manifesta nel destino che toccherà ai due precettori,
incompresi dai loro contemporanei, e stimati quali incalliti e impenitenti
impostori; altro che pionieri nel campo della pedagogia e della filosofia. Il
tutto raccontato attraverso una leggerezza di tratto esemplare, che nasconde
però sapienti rimandi umoristici a eventi storici o a fatti mitici ed
esilaranti trovate narrative e linguistiche, mescolati insieme da un indiavolato
ritmo narrativo.
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