Ai tempi della nonna, all’epoca dell’ava contadina udinese, davanti all’osteria di Codroipo, il generale Bonaparte passava sul cavallo bianco, tutto "uno sfolgorio d’oro nelle redini e negli sproni". E lontano, in Russia, come fuori dal mondo, i granatieri del principe Eugenio, per sfuggire all’assideramento, si facevano cucire dentro il ventre ancora caldo dei cavalli. Bianche, accecanti gelate di neve e il rosso del sangue, rapsodie affettuose e pietose aprono L’infanzia furlana (Treviso, Editrice Santi Quaranta) di Elio Bartolini: visionaria e storica evocazione di ambienti e figure, aromi e colori del vecchio Friuli, sotto la fiabesca, tutelare incidenza biografica della nonna materna.
Poi viene la guerra contro Menelik e "la sua gente nera". La nonna, nata nel fatidico 1859 risorgimentale e garibaldino, narra il primo sciopero delle filandone (volevano "uno e coranta al giorno, se no laveremo"). Rievoca l’invasione asburgica nell’ottobre 1917, il Tagliamento in piena che travolge cassoni di roba e poveri fuggiaschi. A questo punto il racconto, non più leggenda, non più stupefatto ricordo, diventa testimonianza, si rende memoria e cronaca dell’autore bartolini (romanziere di successo con La bellezza di Ippolita e La linea dell’arciduca), che si affaccia sulla vita familiare e comunitaria del Basso Friuli negli anni 1920-1930.
Lucide scenografie dell’infanzia a Conegliano. Le donne escono di casa, la domenica, alla ricerca dei loro uomini perduti "nella dannata felicità" delle osterie. Oltre alle botteghe, la Conegliano di allora aveva anche un postribolo; e la zia Giulia vi lavorava da "scandalosa" sarta, fornendo abiti galeotti e veli orientali, tutto "l’occorrente di sala" per le "signorine". Memorabile, frescamente disegnato dalla realtà il giorno 11 febbraio 1929. la cruda, fredda trasparenza del mattino invernale è rotta da un eccitato scampanio. Si sparge la voce di un quarto attentato a Mussolini; e i fascisti, ecco, suonano le campane per far sapere alla gente che il Duce è vivo e se ne frega. La verità esce dalla bocca di una elegante, istruita "mantenuta" del paese: si tratta dell’evento della "Conciliazione", l’attentato non c’entra, "Mussolini e il papa si sono messi d’accordo".
I paragrafi di Infanzia furlana non hanno niente dei reperti, delle retrospettive cosparse di nostalgia. Sono vere e proprie realtà di luogo e costume, liberate dai nascondigli sicuri della memoria; e di qui mosse, animate, restituite al presente. Esemplare la vicenda del Cavallo Bottecchia. Mai in Friuli circolarono tanti cavalli come negli anni della grande guerra. Prima quelli "alti, maestosi" abbandonati nei fossi durante la rotta di Caporetto; poi quelli degli Austriaci in ritirata scambiati con una fetta di polenta, un salame, un fiasco di vino; infine i cavalli reggimentali smobilitati e venduti all’asta; ma presto tra gli animali dilaga il "male della carovana", silenziosa, ultima protesta di bestie in esilio, "costrette a cambiare le scuderie, la sfrenatezza delle cariche, il traino dei cannoni con un’umiliazione, quasi una servitù, di lavori contadineschi". Il cavallo "di guerra" viene comprato per "sbaglio" da Tobia, fedele sensale e mediatore della nonna. Il nome Bottecchia glielo dà il ragazzo, ammirando in lui il corridore ciclista vincitore di due Tour. Ma la bestia, persa la voglia di vivere, ansante, l’occhio invetriato, attende unicamente il colpo di grazia che gli risparmi altri patimenti.
Graffiti di infanzia cattolica scolpiscono una Codroipo, "ruspia" e quasi tutta devota, dove l’autore è nato nel 1922. come nel segreto di una ottocentesca "vendita carbonara" si svolge l’ultima riunione degli Esploratori Cattolici e dei "Fucini" prima del loro scioglimento imposto dal regime (addio ai cappellacci da cowboy, addio ai bastoni di uguale lunghezza e tornitura). Fanno cronaca le avventurose e dispettose marce a Udine insieme con la nonna. In pellegrinaggio all’udinese Madonna delle Grazie e ai suoi miracoli è d’obbligo l’abito nuovo: vestito blu alla marinara, cordoncino bianco, blusa "ridicola", quel berretto "Regia Nave Duilio", le braghe all’indecisa, né corte né lunghe ("Che così ti vanno bene anche per quanto crescerai"). E le stazioni dell’andata parsimoniose, povere di viveri (nella sporta della nonna qualche uovo sodo, polenta arrostita, al massimo una gazzosa); ricche in compenso di impreviste occasioni.
Il castello di Udine e il suo colle "tirato su" dai soldati di Attila furono fatti perché il flagello di Dio potesse vedere comodamente in fondo alla pianura ardere una lontana Aquileia. Desiderato, richiesto dal ragazzo, ma severamente vietato dalla nonna, il ciamp dal picjât, l’osteria del boia, il campo e la fossa dove seppellirono Baldùs; Baldusso Angelo, compaesano, reo di aver ucciso a coltellate il prete Bianchi.
E sempre in viaggio a Udine, questa volta da solo, senza la nonna, pieno di animosa padronanza di sé mista a reverenziale timore per gli esami d’ammissione al regio ginnasio liceo "J. Stelkini". Lungo il tragitto, il ragazzo – l’io che narra -, imbocca via Manin, e subito gli viene scattante dal "candore maiolicato della targa" la risposta: Daniele Manin, 1ª guerra d’Indipendenza, insurrezione di Venezia: "Il morbo infuria / il pan ci manca /sul ponte sventola / bandiera bianca". Dentro all’edificio scolastico, nell’aula, sul leggio, un foglio "immensamente bianco" per il dettato senza punteggiatura. E sarebbe andata bene, orgogliosamente bene, se non fosse per una strana, insorgente invidia: dover scrivere con la solita, misera, contadinesca penna d’asticciola, mentre il vicino di banco, uno di città, svitava una meravigliosa stilografica, sottile, cilindrica, dal pennino d’oro.