Nella collana "Il Rosone" della casa editrice tervigiana Santi Quaranta, coraggiosamente creata e gestita da Ferruccio Mazzariol, è uscito un libro di racconti di Elio Bartolini, "L’infanzia furlana" (pagg. 149, L. 20.000).
Lo scrittore friulano è ritornato alla narrativa tralasciando, almeno per ora, il progetto "della vecchiaia", ossia una grande opera su Casanova e sulla Venezia della decadenza.
Il Friuli, tanto più povero di vicende e più ricco di sventure storiche della città lagunare, è prevalso nell’interesse dello scrittore, ed è nato questo libro di racconti. Ancora sette, come i "Sette racconti cattolici", pubblicati da Leonardo cinque anni fa.
Racconti deliziosi, in cui l’umorismo si impasta perfettamente con una celatissima nostalgia della propria infanzia e della povera civiltà contadina che la caratterizzò, e con le esigenze preziose, e talvolta anche un po’ troppo elaborate, dello stilista.
Forse, nel quadro generale dell’opera di Bartolini è proprio l’aspetto stilistico il più rilevato e il più evidente. E questa era anche la sua dichiarata ambizione, fin dai tempi di "Chi abita la villa". Fu un libro scritto nel solco di una poetica allora dominante, quella del "roman noveau" di Robbe Grillet e del suo gruppo.
Ma in esso poi, sopra l’atmosfera pur suggestiva del racconto, impostata sul profilo lunare e misterioso della villa Manin di Passariano, prevaleva l’elemento linguistico e stilistico, che aspirava a reggere da solo tutta la macchina narrativa.
Anche tra questi racconti friulani lo stilista, attento a impreziosire ogni frase, a sottrarla a ogni sciatteria, banalità e prevedibilità, è in primo piano.
Ma vi sono molte altre cose. Innanzitutto il piccolo mondo antico dell’autore, dominato dalla grande figura della nonna, che qui forse converrebbe chiamare, alla francese, "grande madre".
Infatti essa sostituisce davvero la madre, ed è connotata da un’epica grandiosità di racconto, quando narra i fatti della storia friulana al nipotino: i massacri dei turchi (che vennero 6 volte in Friuli, e ogni volta aprirono macello); la venuta rapida e vittoriosa di Napoleone, il cui esercito derubò musei, casali, stalle, e si portò dietro magari anche giovani donne.
Nei discorsi della donna emergono anche Garibaldi, Lamarmora, la terribile guerra del 15-18, col disastro di Caporetto, vissuti sopra la propria pelle.
Ma Bartolini non ha particolare inclinazione per l’epica. Forse il suo unico libro di respiro epico è "Icaro e Petronio", di quasi cinquant’anni fa. Più congeniale gli riesce descrivere il mondo dell’infanzia, in un’epoca in cui, per la miseria diffusa e la diversa concezione del vivere, si nasceva e si moriva quasi nel medesimo luogo.
Bartolini ha un talento particolare per descrivere l’ambiente minuto della civiltà contadina, ma anche tipico dell’infanzia, che non solleva lo sguardo alle stelle, per acquistare coscienza del mistero infinito del mondo. Il bambino scopre al massimo che l’area semantica delle parole da lui conosciute è più vasta di quanto supponesse.
Il suo è un mondo dominato dai preti, dalle realtà parrocchiali, gli "aspiranti", "l’Azione cattolica", il "Piccolo clero" (chierichetti) e così via. Il mondo religioso, i cui riferimenti ultraterreni non suscitano nel bambino, per il momento, ansie metafisiche, occupa tutto l’orizzonte.
Poi c’è il mondo contadino, con i suoi animali, le stalle, i cortili rustici, i mercati, i traffici, le ritualità allegre e crudeli, come il giorno della uccisione del maiale, festa grande per tutti.
Infine c’è lo sfondo storico del fascismo, che contende alla Chiesa il monopolio dell’educazione dei giovani. Anche l’apparato del regime non è veduto con ampiezza di orizzonte storico (il che comporterebbe tra l’altro anche un giudizio etico-politico), ma con una sorta di minimalismo paesano, molto concreto, dalla fenomenologia esatta e consistente.
Qui va sottolineata un’altra costante di Bartolini, che non è scrittore di atmosfere nebbiose e dissolte, ma di una concretezza consistente, corposa, carica di richiami e di evocazioni per chi ha fatto le medesime esperienze e ha veduto le medesime cose.
È uno scrittore fotografico, attentissimo al particolare, e dà sapore e colore alla realtà descritta. L’invenzione e gli intrecci non gli interessano granché. Non ritiene che valga la pena di consumare molte energie mentali in queste cose. La rappresentazione del reale è già un compito esaustivo per lo scrittore, cui non serve altra fonte per trovare materiali per il suo lavoro.
Se dovessi fare una graduatoria dei racconti, metterei nel posto sovrano quello dedicato a Conegliano il giorno della Conciliazione.
C’è uno scampanìo universale, e la piccola gente quotidiana si domanda perché. Morti? Matrimoni? Grandi eventi?
Alla fine si apprende che l’astuto Mussolini ha trasformato la Chiesa cattolica in una Chiesa di Stato. In tal modo si è messo in tasca anche i cattolici, che lo seguiranno almeno fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.