I friulani (o furlani, come dicono loro) sono notoriamente lavoratori seri e robusti, legati alla terra dei padri, anche se spesso, nel corso della storia, sono stati costretti ad abbandonarla. Idem gli scrittori friulani, seri e legati da un amore viscerale alla loro piccola patria che, a causa della posizione geografica, è stata per secoli, da Attila in poi, la porta attraverso la quale i "barbari" calavano in Italia.
Alcide Paolini, Carlo Sgorlon, Giuliana Morandini, Giovanni Pascutto, Amedeo Giacobini sono alcuni degli scrittori di successo nati nel Friuli (senza contare Pier Paolo Pisolini, friulano d’adozione e per parte di madre). Di questo gruppo fa parte Elio Bartolini, nato per "sbaglio" a Conegliano, ma friulano di Codroipo a tutti gli effetti, e oggi in libreria con un libro che più autobiografico e più friulano non si puù: L’infanzia furlana (Santi Quaranta, 150 pagine, lire 20 mila).
Elio Bartolini, autore di romanzi come La bellezza d’Ippolita (del 1955) e Pontificale in San Marco (del 1978, Premio Campiello), da qualche anno se ne stava in silenzio a coltivare il campiello della poesia dialettale (con splendidi risultati raccolti nel libro Cansonetutis, del 1986).
Per il suo ritorno alla narrativa ha scelto un editore del Nordest e un tema difficile come la propria infanzia.
L’autobiografismo, irto di trappole, è sempre pericoloso: lo zucchero dei sentimenti, il sale delle nostalgie e l’illusione che le cose nostre siano interessanti anche per gli altri, possono fregare anche un bravo scrittore. Occorre sapersi allontanare dalla materia e raccontarla come se riguardasse un’altra persona (come ha fatto Proust); oppure stilizzare il tutto attraverso una lente che deforma piacevolmente il passato e lo rende comunque una favola (lo ha fatto Fellini, al cinema). Elio Bartolini ha scelto questa seconda strada e l’ha percorsa da narratore di buona razza friulana. I suoi racconti d’infanzia compongono un affresco dove personaggi e paesaggi si fondono in maniera mirabile, sorretti da una lingua che possiede raffinatezze aristocratiche insieme a intonazioni e sapori mediati dal dialetto.
I sei racconti di L’infanzia furlana sono in realtà i capitoli di un romanzo sorretto da una costante cifra stilistica e dalla presenza di personaggi più o meno fissi, a cominciare dalla nonna materna del narratore, una figura femminile che giganteggia come un nume tutelare della famiglia. Anche gli animali, come sempre succede nei luoghi della cultura contadina, hanno qui grande importanza. A questo proposito sono esemplari le pagine dedicate a Bottecchia, il cavallo "di guerra" che alla fine deve essere soppresso ("… Ancora nitrì cercando di sottrarsi, ma ricadeva in giù dopo ogni tentativo, e io per qualche istante mi vidi riflesso in quell’invetriarsi del suo occhio dove il chiuso di una stalla e l’oscillante lume di una lanterna forse venivano scambiati con la luna come sorgeva sui lontani sconfinati pascoli della giovinezza. Il mezzadro, d’altronde, fece prestissimo e senza crudeltà: i due colpi necessari"). Siamo nel Friuli degli anni Venti e Trenta, e si racconta dunque di un mondo oggi scomparso. Bartolini, che al suo attivo ha lo studio di molti testi storici (I Barbari, Historia Longobardorum…) riesce in un certo senso a storicizzare la propria infanzia e il passato prossimo del Friuli: personaggi come Tobia, Tutine, le sorelle Bau o lo stesso Elio-bambino vivono gesta che sono la storia di ieri, quella di tutti i giorni, forse meno nota della Storia con la lettera maiuscola, ma non per questo meno significativa e degna di entrare in un libro.
L’infanzia furlana è anche il racconto di un’educazione cattolica, un imprinting che accompagnerà lo scrittore ed emergerà in tutte le sue future opere.