Il Rosone

Lettere a Olga è un’opera composta da oltre un centinaio di lettere, scritte da Václav Havel alla moglie durante la detenzione nelle carceri comuniste cecoslovacche (Heřmanice e Plzeň-Bory), nel periodo compreso tra il 4 giugno 1979 e il 4 settembre 1982. L’artefice della Rivoluzione di Velluto le ha vergate, con disagio e controvoglia, sotto l’occhio spietato del regime dell’epoca. A leggere questo epistolario sembrerebbe che la prigione di Havel fosse un circolo ricreativo; in realtà si trattava di un carcere duro, correzionale di primo livello; la stesura delle lettere sottostava a una ferrea normativa censoria da parte degli ‘educatori’ e Havel, per averla violata, dovette patire più volte l’isolamento.

Lettere a Olga è una raccolta insolita, segnata dalla quotidianità e da una visione filosofica e metafisica della vita, influenzata soprattutto da Emmanuel Lévinas. Scrive Havel: noi siamo stati staccati in maniera traumatica, nascendo, dall’Essere e siamo stati subito scaraventati nell’incertezza del mondo, per cui l’uomo ha nostalgia della casa e del paradiso perduti; egli comunque è stato “gettato” nell’aiuola feroce dell’esistenza e, attraverso questa esperienza, tende ardentemente all’integrità dell’Essere, al suo significato, ricercandolo e “costruendolo” con la sua vita; deve far fruttificare i suoi talenti e opporsi, senza violenza, all’“Ordine della Morte” in nome dell’“Ordine dell’Essere”.

Il drammaturgo e pensatore ceco parte dalla convinzione che la realtà è attraversata dal mistero, che l’uomo è un miracolo dell’Essere nel visibile, come lo è il mondo. Dentro di noi è stata iscritta una Legge che esige alta moralità e dignità, non una “moralità reificata”, ma anche solidarietà, bontà e amore. Da tutto ciò si originano la libertà e la responsabilità: “Il senso di responsabilità” non dev’essere “predicato ma testimoniato”. L’Invisibile c’è, ma non possiamo dargli un nome con i nostri segni e con le nostre parole; Havel disgrega l’ideologia materialista della filosofia contemporanea e l’arroganza dello scientismo.

Lettere a Olga è un testo eccezionale sia dal punto di vista psicologico che letterario. Certe pagine sono uno straordinario ‘trattatello’ di psicologia, soprattutto quelle dove Havel scrive degli “umori buoni e degli umori cattivi” con una seriosità che rivela invece il suo umorismo. E poi c’è Olga, la moglie rimasta nel mondo: per tutto il libro Lei resta inafferrabile, come nascosta dal sipario di un palcoscenico. Václav la delinea vera, non oleografica; Olga è creatura della vita quotidiana con le sue piccole pigrizie, ma è anche un ‘personaggio’ che viene dal teatro di Havel: indefinibile e sorprendente. Lei è forte, apparentemente un poco lontana, e dipana assieme al suo Václav il gomitolo di una vita (difficile) di amore e solidarietà.

L’epistolario è punteggiato da uno humour delizioso e lievemente amaro, che punge appena ammiccando tra le righe. In questo libro, accanto alle tante pagine “meditative”, s’innervano pagine narrative sfolgoranti e stupite: la descrizione del cortiletto del carcere, intristito d’inverno, giardino grazioso d’estate; la ‘visione’ che Havel ha durante il suo lavoro di saldatore coatto in un caldo pomeriggio estivo; il racconto, lancinante, che egli fa della meteorologa alla televisione ceca, sorpresa in un momento di disagio.

Lettere a Olga
è un’opera alta e inusuale, tra l’altro con splendide pagine sul teatro, che rispecchia tutto il mondo interiore di Havel: il suo pensiero e la sua religiosità, la grandezza e la forza culturale ed etica del suo umanesimo, e la sua incommensurabile dignità di uomo.

Ferruccio Mazzariol

Traduzione dal ceco di CHIARA BARATELLA

Revisione di FERRUCCIO MAZZARIOL

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Un uomo al Castello

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