Il Rosone

Giuliana Gramigna, come in una “parlata” tra amici, ci dà ne La poltrona di midollino l’affresco civile e delizioso di una “famiglia ordinata” degli anni trenta, che è poi la sua, ma capace di trasfigurarsi nel simbolo di un’epoca e di una realtà sociale che non torneranno più. Ci dona il ritratto affettuoso, il quadro veritiero di mentalità e di costume della Milano di quel tempo che, da via Manzoni, dai Giardini, dalle scuole di Porta Nuova e dalla Ca’ Brüta, si estende agli altri luoghi cari alla memoria dell’autrice: Barga, Barzio, Viareggio, Gressoney-Sait-Jean e il Lido di Venezia. Essi rivivono in una fiaba lontana, visti però con la nitidezza di uno sguardo semplice, prima che si abbatta la catastrofe della seconda guerra mondiale.

Il suo è un viaggio nella memoria, la quale è sempre un’interpretazione, qui puntuale e leggermente accorata, talvolta ironica e persino umoristica, dentro un tempo assolutamente concluso: “… Nei giorni sereni di quell’ultima estate scompariva un mondo. E finiva anche l’infanzia”. Il racconto ha, poi, una sua schietta umanità, resa più autentica da personaggi indimenticabili come il Dèdo (solo per fare un esempio) e della pietas che Giuliana Gramigna ha per le domestiche, i barboni, i fiaccherai e le povere bambine “asine” delle elementari.

Una scrittrice così non s’inventa, c’è naturalmente per quella sua lingua aperta e lucente, colloquiale, e di sorridente nostalgia e delicatezza; per questo La poltrona di smidollino ha incontrato uno straordinario consenso di critica e di lettori, e viene ora riproposta in quarta edizione.

Lascia il tuo commento

Start typing and press Enter to search