Il Rosone

Dopo l’otto settembre 1943, nella città di Trapani accade un fatto davvero singolare: nove giovani (tra cui una ragazza, Maria), che hanno creduto alle parole del fascismo, creano una sorta di “cellula” che, oltre alla dichiarazione di fedeltà al fascismo, contempla “lo statuto per la difesa dell’italianità della Sicilia contro i separatisti”. Tra loro si distingue Tonio, singolare figura del “filosofo”. Scoperti, vengono rinchiusi in un campo di concentramento, poi incarcerati a Palermo e processati da una corte militare anglo-americana. Bramante, uno dei nove, è condannato a morte, due sono prosciolti, gli altri condannati a diversi anni di carcere, e tra questi Sergio Marano.

I nove in realtà sono i “paladini” di una Sicilia antica, e finiscono per collocarsi oltre il fascismo, in una dimensione “socratica di superamento”, ma sono i soli, come “straccetti imbecilli”, a pagare per tutti gli altri che sono stati fascisti nell’ora dei “trionfi”. Emergono così, accanto all’opportunismo degli adulti, l’ingenuo idealismo e la generosa, toccante fraternità dei nove giovani siciliani.

Il bosco di Rinaldo, bosco di “ricordi e incantamenti”, scrigno profondo e sensibile della memoria, ha diversi registri. La lingua si dispiega come certe vele spinte da una brezza robusta che viene dal mare. Questo “romanzo” è insieme profondamente metafisico, ma anche vivo, vitale, “quotidiano”. Avvincente. Sergio Marano ha saputo mettere, accanto all’utopia dei “paladini” di Sicilia, il senso “padano” delle cose e degli uomini.

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