Il Rosone

I due compagni di Giovanni Comisso è un’opera scritta nel 1934 in cui affiora un’operazione stilistica sui generis: Comisso elimina la lettera h nella coniugazione del verbo avere attuando una sorta di sperimentazione rinascimentale della lingua italiana. Si manifesta qui, inaspettatamente per uno che era stato volontario interventista nel primo conflitto mondiale, e legionario fiumano, un’avversione netta contro gli orrori della grande guerra, anche se il fascismo ne censurò diverse pagine. Il suo disgusto verso la violenza bellica è già evidente in Giorni di guerra (1930), uno dei più bei libri sulla rotta di Caporetto.

Il contesto di questo originalissimo romanzo coinvolge amorosamente Treviso (nelle prime edizioni indicata con X), la città medievale e poi venezianeggiante dentro le mura di Fra’ Giocondo, immersa nel sonno di un tempo antico e impalpabile, la campagna circostante e la Marca, particolarmente l’Asolano e il Montello, con descrizioni di fascinosa affabulazione. Vi primeggiano due straordinarie figure di artisti, amici del narratore trevigiano, che è di prammatica ricondurre a Gino Rossi, che qui ha il nome di Marco Sberga, e ad Arturo Martini, che ha il nome di Giulio Drigo, per stessa ammissione di Comisso.

In realtà, i profili dei due compagni sono delineati dall’estro e dall’ispirazione di un romanziere di vaglia, che li compenetra con altri rimandi, sovrapponendo e intrecciando personalità e storie diverse. Si tratta di una fusione narrativa che accresce, e non diminuisce, la figurazione dei due grandi artisti, come osserva Isabella Panfido nella sua esauriente e acuta Postfazione: Rossi è scolpito con più aderenza, giganteggia scontroso, irsuto, poderoso; Martini appare meno identitario, più sfumato nel ritratto di Comisso.

L’Editore Santi Quaranta ripubblica, a settant’anni dalla morte di Arturo Martini e Gino Rossi, I due compagni, nell’edizione Longanesi postuma del 1973, per onorare ovviamente “i tre compagni”, cioè Comisso, Martini e Rossi, ma soprattutto per donare al lettore il sapore di una stagione e di un clima culturale e artistico probabilmente irripetibili, per Treviso.

 

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