Il Rosone

Cronache della città nascosta si snoda in una sorta di viaggio cauto e insolito, in un camminare adagio da un bar all’altro della città in cerca della quiete e del paradiso. Il viaggiatore sale, soprattutto al mattino ma anche alla sera, su di un autobus un po’ misterioso che congiunge la periferia al centro. Il viaggio a piedi e il viaggio in autobus s’intersecano fondendosi insieme: così Giuseppe Lupi inizia a disegnare il ritratto di una città straordinaria e segreta, nascosta e inusuale, attraversata da un Fiume che è personaggio centrale del libro; altrettanto fondamentale è la presenza di una pioggia incessante e benevola.

L’Autore configura una città che è sì regale, incoronata dalla sua fascinosa ‘Basilica dei colombi’; dalle cupole, dai campanili, dai portici e dalle torri; ma gli piace indugiare, nelle sue tante passeggiate, sulla città umbratile e dimessa, punteggiata di comignoli che fumano; di “tetti sbilenchi”, di “finestre grigie”, di casupole e orti che costeggiano il Fiume, o fanno da sponda a viuzze e vicoli solitari a ridosso delle colline.

Lupi innalza un altare prezioso e delicato a una Vicenza spesso diversa e inedita rispetto a quella classica, a una Vicenza cioè poco solenne, umile, più intima. Questa città è certo la città del Palladio e delle chiese e dei palazzi adamantini, ma Vicenza si trasfigura in una città altra, mite simbolo universale di un’urbs originalissima che non perde mai il suo fascino avito, ma neanche la sua familiarità.

In questo ‘diario’ bellissimo e raffinato, elegante e criptico, scorre la vita semplice, tanta vita; esso è pervaso largamente da una “calma sottile” incommensurabile, da una incalzante imperturbabilità. Da un bar all’altro si manifestano vivissime la circolarità del sangue, la cordialità e la ritualità vicentina del quotidiano. La lingua metaforica e finissima che permea Cronache della città nascosta, crea una coralità intensa che possiede il timbro avvolgente della poesia vera, senza mai alzare i toni, con un uso costante del noi comunitario e non maiestatico: il noi serve al viaggiatore per vincere la sua solitudine, per sentirsi meno isolato.

Un’umanità intima e seducente pervade l’insieme di quest’opera mirabile, che incanta rivelando una lucente polifonia tra la città eletta e i personaggi impalpabili, ma quanto autentici, dell’autobus, come la ragazza del finestrino, il sacerdote di Bisanzio, la signora col paltoncino sale e pepe e l’impiegata dal profilo di upupa, sui quali si sofferma lo sguardo, la pietas e anche il sorriso appena accennato di uno scrittore nuovo, davvero eccezionale.

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