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Le trottole di legno
(Sergio Marano)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
L’incanto della memoria, che contrassegna Le trottole di legno, fluisce spontaneo dai capillari della coscienza, secondo una cronologia amabile e sapienziale: l’onda dei ricordi va e viene dal mare alla costa, fermentante e suggestiva.
Un’architettura sottile attraversa il viaggio affascinante della vita di Carlo, in cui Sergio Marano adombra la sua stessa esistenza, che tocca e segna le diverse mappe dei luoghi e delle città, e la loro anima profonda: Mantova, Venezia, Roma, Castelfoffredo, Vicenza, Feltre, il Grappa, Castelfranco Veneto, Treviso; e soprattutto Trapani. L’autore riesce poi a delineare efficacemente, con un suo garbo nativo e signorile, un ampio stuolo di "personaggi" a cominciare dal padre e dalla madre.
La memoria ha nelle trottole di legno il suo vero topos, un’immagine assoluta e nobile dell’infanzia, un giocattolo "il più umile e semplice del mondo" con il quale tutti i bambini si sono divertiti. La trottola di legno resta simbolo ammaliante di un tempo irripetibile, di un paradiso che nessuna sventura potrà più infrangere.
Carlo, ritornando a Trapani, scorge una botteguccia d’altri tempi: "Si fermò di colpo. Al vento di scirocco penzolava e tintinnava con le trottole e le sonagliere la sua fanciullezza. E fu alle trottole di legno dal puntale di ferro che il suo occhio s’appiccicò, alle piccole trottole...". allora entra deciso e chiede: "Vogghiu ‘nu strùmmalu".
In quest’opera scorrevole, dolce e riflessiva, con una sua ombra di trattenuta mestizia, Marano evidenzia doti e qualità che sono proprie di uno scrittore autentico e raro.
Prima pagina
I
VENEZIA E LA RIVA DEL CARBON
Erano arrivati a Venezia, Carlo e i genitori, da Merano, dopo la sua nascita a Mantova, e n’erano partiti per sempre che il piccolo toccava appena i sei anni: l’anno del grande gelo.
Momenti legati dentro di lui a filo doppio e che mai più avrebbe dimenticato. La laguna era tutta una crosta di ghiaccio e il freddo polare.
Sul ponte il treno sbuffava, cigolando e rugghiando, e la città lagunare si allontanava nel riverbero d’un cielo rossastro. Alti i gabbiani gridavano con pena. Sua madre aveva gli occhi umidi di pianto. La Riva del Carbon, l’Osteria con l’insegna della Birra Dreher erano già alle sue spalle, memoria struggente; pochi e freddolosi i passeggeri dentro le nuvolette dei loro fiati in un legnoso vagone di terza classe (ricordando negli anni quei momenti, Carlo li ritroverà nelle lettura di Anna Karenina o di Delitto e Castigo, romanzi legati a stazioni innevate e fumose e a paesaggi similmente desolati e ghiacciati).
La madre teneva il piccolo nelle sue braccia avvolto in un grosso scialle e lo stringeva e per lui era come trovarsi in territorio sicuro caldo e riparato. Dopo la morte del suo fratellino, era tutto quello che le era rimasto. Il papà era partito, prima, per assumere servizio nel suo nuovo lavoro. Ora lo raggiungevano a Trapani. Ci sarebbero voluti tre lunghi giorni di viaggio, come andare in terra d’esilio, la misura d’un distacco forse definitivo.
(...)
Rassegna Stampa
Le trottole del professore ("Il Gazzettino", sabato 22 dicembre 2001)
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