Non casualmente il nuovo libro di Elio Bartolini, "Le terre romanze", ha in copertina la riproduzione di una intensa tela del 1950 di Zigaina, "Erba ai conigli": raffigura un contadino violaceo, chino sulla terra verde, davanti a uno steccato movimentato da una bicicletta, da una falce (vero e proprio logo poetico del maestro di Cervignano) e da un fondale di sterpi rinsecchiti contro un cielo ricco di sfumature azzurre. Un dipinto dunque dell’epoca neorealista, così come nel clima neorealista – ma di un neorealismo interiorizzato e contrappuntato da smaglianti squarci lirici – si collocano i romanzi che costituiscono il volume edito da Santi Quaranta di Treviso: "Il Ghebo" del 1947, "Icaro e Petronio" del 1950 e "La bellezza di Ippolita" del 1955.
Bartolini respinge il termine "trilogia", parla invece di "tre fatti narrativi" che, "pur senza un piano prefissato, costituiscono un blocco narrativo unitario, ambientati come sono in un Friuli tra il ’43 e il ’53.
Se gli ultimi due romanzi vennero pubblicati subito da Mondatori, più difficile e complesso fu il destino del primo, "Il Ghebo", rifiutato a suo tempo sia da destra che da sinistra per l’antiortodossa ricostruzione di alcuni episodi della Resistenza. Solo nel 1970 il lungo racconto fu dato alle stampe da "La Nuova Base", l’editrice udinese che, con iniziativa coraggiosa, aveva avuto il merito di movimentare un ambiente culturale allora in fase di stagnazione, "scavando" tra alcuni dei maggiori autori della regione. Nella vicenda delle bande partigiane disperse dentro le paludi della pianura friulana, nei problemi del comando unico cui bisognava riportarle, nelle divergenze non solo ideologiche che si irrigidivano fra i vari gruppi e i diversi protagonisti, emergeva la capacità dell’autore di evitare tutte le trappole del sentimento, dell’ideologia e della sua retorica. Il rifiuto dell’epica era cos’ radicale in Bartolini che egli, pur scrivendo di guerra – e di una certa guerra – finiva per riempire lo spazio narrativo piuttosto con vivaci intarsi di vita quotidiana, aggregandone la trama, prolungandola, aggirandola, sorpassandola, mediante una scrittura che continuamente ripaga della propria lentezza con un fervido, ininterrotto guizzare dell’intelligenza e dei balenii di stile. E le fresche aperture paesaggistiche, apprezzate dall’editore Longanesi, rivelano molti punti di contatto con le campagne tese di azzurri stranianti e di verdi come di malachite quali appaiono nella pittura friulana coeva, con quelle tessiture lisce, compatte, da apparizione quasi fiabesca sospesa fra emotività e lucida ragione.
La dura lotta per la sopravvivenza nel Friuli del dopoguerra, le storie del contrabbando con gli americani di una Trieste fermata con singolari suggestioni, l’atmosfera confusa, fra dramma e caotica, "festa mobile", sono i temi di "Icaro e Petronio", reso con una prosa fitta di scarti, di scorci, "asciutta come un osso" è stata definita: è il quadro di un’Italia appena uscita dalle nebbie terribili del conflitto, costretta a purgarsi in una sorta di Babele, ma erompente di forza naturale del vivere, di "attiva disperazione".
L’aprirsi del Friuli al consumismo, il formarsi di un nuovo tipo di umanità libera e spregiudicata, che paga con la vita le proprie trasgressioni, è il nucleo portante de "La bellezza di Ippolita". Vivendo ai margini della città, avvertendone appena il segno fuggevole sopra la targa degli autotreno mentre lavora alla stazione di servizio di Gonars, Ippolita, così come il popolo cui appartiene, sembrerebbe avere acquistato una più saggia visione delle cose, una cauta furberia e una malizia ancora bastanti a non lasciarsi tentare da passeggere seduzioni. La sua bellezza, che è anche emblematica bellezza della condizione di tutta una gente, diventa il simbolo di una forza all’apparenza inattaccabile. Ma basta poco, un fatto banale, perché si compia la fatalità di morte che da sempre covava nel destino della protagonista.
Dal romanzo il regista Giandomenico Zagni ricavò nel 1962 un film interpretato da Gina Lollobrigida appena rientrata da Holliwood; trasferito nella periferia romana, finì per falsare lo spirito originario del testo e si tradusse, anche artisticamente, in un fallimento.
Già in questi tre testi, sia pur con una scrittura ancora distesa, non sontuosa né contrassegnata da quell’ "ipotetica" ambiguità che costituirà il fascino sottile e inquietante di molte opere successive, emerge il filo comune a tutta la produzione narrativa di Bartolini: le trasformazioni spesso laceranti subite dal Friuli e dalla sua gente a causa dei rivolgimenti della storia. Un discorso non limitato soltanto al Friuli.
Quale sceneggiatore dei film di Antonioni, dalla fine degli anni Cinquanta agli anni Sessanta, egli si è soffermato sulla crisi del nostro tempo, nella difficile transizione da una società agricola a un tipo industriale, da una società legata a valori – potremmo definirli sacrali – a una società che questi valori ha accantonato e dei quali sente l’assenza, come memoria e come eco di trattenuta nostalgia.
Saranno i temi che Bartolini riprenderà nelle "Cansonetutis", ne "L’infanzia furlana" e "Le quattro sorelle Bau".
Il Ghebo. Vittoriani consigliò: "Lo riscriva. Non più dialettale, ancora più indigeno".
Scrissi "Il Ghebo" (e ghebi vengono detti da queste parti, i corsi d’acqua tortuosi, la loro parte prima di finire in laguna) tra l’autunno del 1946 e la primavera del ’47, nello stanzone sopra il forno di un mio amico, e mai mi ero sentito più scrittore: al caldo, un bel pacco di fogli bianchi davanti; disponendo perfino di una macchina da scrivere, mio personale bottino sui tedeschi in fuga. E, soprattutto, avevo ventiquattro anni".
Il manoscritto fu inviato a vittoriani e a com’isso. "Non consono alla verità" fu il giudizio con cui l’Einaudi, a cui Vittoriani aveva proposto la prova del giovane Bartolini, motivò il rifiuto della pubblicazione. Il consiglio del maestro fu allora di riscrivere il testo: "lei capisce in che senso; non più dialettale, ancora più indigeno se mai". Non ebbe più fortuna Comisso presso la Longanesi: "… ci hai messo dentro troppa politica – commento Com’isso – quando sei così bravo nel paesaggio. Perché allora sei veneto: come me, come Nievo, come Tiepolo".
Il romanzo "incompreso", "Il ghebo", rimase lì. Bartolini, ci avrebbe pensato poi. Intanto, si era già dato "con tutta la baldanza possibile" al suo secondo romanzo: "Icaro e Petronio".