EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Gazzettino", Venerdì 15 settembre 2000

ESCLUSIVO. Lo scrittore di Santa Marizza pubblica per Santi Quaranta una preziosa silloge di opere giovanili rivisitate

BARTOLINI. Terre romanze attorno al cuore

"Il Ghebo", "Icaro e Petronio", "La bellezza d’Ippolita": storia di amore per la vita

L’INTENSA SAGGEZZA GENERATA DAL SOFFRIRE

di Francesca Orlando

 

La semplice forza della realtà avvince più di qualsiasi altra trasposizione romanzata dei fenomeni storici, forza che Elio Bartolini ci fa respirare in Terre Romanze, libro in uscita in questi giorni edito da Santi Quaranta.

Sono tre storie, che l’autore ripropone dopo averle rivisitate, calate in uno stesso ambiente arcaico e cristiano, in una stessa temperie appunto "romanzata".

È una mirabile esplorazione della solitudine, dell’amore, della guerra, della vita e della morte, racconti che ci fanno scoprire le ricchezze emotive e le tensioni di una terra, il Friuli, intensamente amata, senza la paura di fare i conti con le sue debolezze e contraddizioni.

Il Ghebo, libro di guerra partigiana scritto tra il ’46 e il ’47 in uno stanzone situato sopra un forno, narra il Friuli della guerra fratricida; con Icaro e Petronio ci caliamo nella rivalità di due contrabbandieri, in un Friuli cavalleresco che vive la perenne tensione dell’uomo e della storia, un’ideologia arrogante, sopraffattrice e autoritaria tanto da diventare finanche crudeltà.

Ed Ippolita, protagonista de La bellezza d’Ippolita, edito la prima volta nel ’55, si fa forza del suo "essere piacente" e conserva gelosa la propria solitudine, convinta di poter comandare e vincere sull’insoddisfazione di sé; ma tornerà, ahimè, al suo detestato Friuli dal quale era fuggita e cercherà, sconfitta, la morte.

Viviamo "in diretta", fianco a fianco con loro, le vicende dei protagonisti: attraverso le loro parole diventiamo parte di emozioni, paure, difficoltà, gioie e titubanze.

Sul ghebo, corso d’acqua tortuoso prima di riversarsi nella laguna, bande comuniste e bande anarchiche cercano, girovaghe per sacrestie, vecchi mulini e paludi, una sola linea, un comando unico.

A guerra finita Icaro "grida" al potere organizzato, mentre Petronio enfatizza la sua solitudine.

E sola è anche Ippolita, una solitudine che, tra i distributori di benzina, simbolo di un’urbanizzazione ormai in forte crescendo, la porta ad una fine indegna.

Un Friuli, dunque, amorevolmente "sentito e testimoniato", un libro intenso e sincero.

Un Bartolini capace di trasmettere quella speciale saggezza che solo dal vivere e dalla sofferenza può nascere.

Da La bellezza d’Ippolita,

prime pagine, Santi Quaranta 2000

Di Elio Bartolini

Quando il traffico, dopo il tramonto, riprendeva sul succedersi degli autotreni ed essi, sciabolandola con i fari, percorrevano la notte sicuri e potenti come balene, questo significava che l’estate era cominciata.

Il granoturco e il tabacco coprivano la pianura di verde, verdi erano anche le canne delle paludi, verde la linea dei pioppi al limite dell’orizzonte, ma era un verde succhiato da una estrema risorsa di umidità: polveroso secco grigio nell’erba dei viottoli; nei fossi, segno verdastro che accompagnava una corrente sempre più stenta; e macchie di arbusti nani, odorosi come di menta, nel greto del Tagliamento; e chiazze di girasoli che sono gli occhi gialli delle corolle parevano ripromettersi, sul giro del sole, soltanto il fuggitivo refrigerio della notte.

Eppure questa era la stagione della pianura, e gli uomini ne approfittavano con la furia di chi saccheggia una ricchezza incustodita e prodiga, ma breve. Con i camion che caricavano sabbia e le donne in cerca di giunchi, di salici nani e di radici di quadro, perfino dalla aridità del Tagliamento traevano qualcosa, mentre, dai campi, carri lentissimi e traboccanti come cornucopie affluivano sulle piazze di Gonars, di Bugnino, di Canussio, di Gorizzo dove piramidi di frumento ancora attendevano d’essere trebbiate e dove, tra poco, sarebbero affluiti gli altri carri d’uva e di barbabietole.

Era la stagione della pianura ed anche la grande stagione della strada.

In quella foresta e galleria che l’asfalto diveniva per gli ippocastani allineati sulle banchine e ricongiunti in alto nell’abbraccio dei rami, ininterrotto si svolgeva il traffico degli automezzi. Da Tarvisio scendevano carichi di legname, da Tolmino carichi di uova, da Cividale carichi di cemento. E da Torviscosa risalivano i trasporti di canne, da Porto Marghera le cisterne di nafta, dalle pianure di Jesolo i camion di angurie e di pomodori. Dalle montagne gli uomini cavavano legname, dalle petroliere nafta, dalle fabbriche cellulosa e cemento, dalle paludi canne, strame e barbabietole, e tutto convogliavano sulla strada d’asfalto che, dopo il ponte sul Tagliamento e il distributore, si divideva con un braccio verso Trieste e la Jugoslava e con l’altro verso Tarvisio e l’Austria. Un asfalto che gli stradini rappezzavano nei punti di usura con un catrame fatto bollire al fuoco di minuscoli bivacchi. E mentre sul treppiede bolliva la caldaia, e l’odore del bitume in fusione s’alzava denso come quello di un sacrificio, gli stradini mettevano a nudi la superficie da riparare: maneggiando scope e spazzole la ripulivano da ogni residuo, uno versava il catrame con un enorme cucchiaio, un altro nascondeva tutto sotto palate di ghiaietta che il compressore rullava. Il sole e la pioggia avrebbero fatto il resto. La pioggia riduceva l’asfalto ad una apparenza di vetrosa fragilità; il sole lo trasformava in una densa nera pasta che, compressa dal traffico, colava dal centro, e l’asfalto allora pareva una candela che si consumasse: aveva quei rivoli di bitume come gocciolotti di cera, lo stesso odore di sostanza grassa che fonde, e tenace conserva le impronte di quanto, giro su giro, faticosamente lo percorreva.

Un giro sempre nuovo: perché i camion di legname avevano un colore, e un altro i grigi carichi di cemento, e gli autotreni di pomodori erano squillanti, e quelli di canne fruscianti e verdi, e quelli di meloni sembrava trasportassero gialli enormi ciottoli. E tutti si differenziavano nel ritmo dei motori, ansimante oppure sicuro di cadenza come un cuore virile, anche se tutti cedevano a questo giuoco della velocità, intenti ad inseguirsi, a sorpassarsi se davanti s’apriva un rettilineo, ad aggredire le curve con un lamentoso fischiare di ruote.

Il distributore d’Ippolita sorgeva al centro di una curva, sistemato appunto tra fiume e bivio, là dove la strada si saldava alla sopraelevazione del ponte, e così, pur fragile nella sua struttura di vetro e di tubi, per gli autisti era importante come un faro.

Con le braccia attorno al volante, gli occhi sull’asfalto che tremolava in distanza come fumasse, accanto ad un compagno che riusciva a dormire in pieno giorno, tra gli scossoni, i fischi, le sterzate, non avevano altro diversivo che le imprecazioni ai ciclisti, le brevi soste ai rifornimenti, i controlli della polizia.

Quelli della polizia erano furbi. S’appostavano dietro la testata del ponte o dietro il distributore, e un autocarro non aveva neanche abbordato la curva che loro, grandi e grossi e a braccia spalancate come spaventapasseri, erano già in mezzo alla strada.

"Alt" dicevano. "Polizia. Alt, e provate le vostre frecce, provate i fanalini dello stop, la tromba, i freni".

Per forza in tante prove qualcuna andava male.

"Multa" diceva allora la polizia.

Ma gli autisti si fingevano interdetti.

"Bastardo d’un fanalino" dicevano, fingendo il massimo di una iraconda sorpresa. "Che funzionava. Che ha sempre funzionato".

Quelli della polizia con tutta un’aria di sufficienza, proprio per dimostrare che loro non imbrogliavano, ma neanche si lasciavano imbrogliare, salivano in cabina a manovrare il comando.

"Vedete? Funziona forse?".

E cavavano il libro delle multe. Se poi, invece di un fanalino o del freno, si trattava del carico, allora le resistenze degli autisti si complicavano.

"Eccessivo? Guardatelo bene: non vedete che pare eccessivo?".

"E perché pare?".

"Perché ha volume, fa confusione".

La polizia invece decideva:

"Almeno cinquanta quintali in più".

" E dove? Dove sono questi cinquanta quintali? Nella gobba di vostra nonna?".

Ma uno dei poliziotti, grande e grosso, con il casco di cuoio e la pistola sulla pancia, protendeva la destra.

"Lei. La lasci in pace mia nonna".

Speravano gli autisti di litigare. E che, litigando, la polizia si dimenticasse del sopraccarico e non li costringesse a scendere in paese per controllarlo. Ma quelli tagliavano corto.

"Ammettete che qui ci sono almeno cinquanta quintali in più? Pagate la multa di mille lire al quintale? No? Allora girate il camion e seguiteci".

Scendevano a Gonars, alla pesa pubblica, un poliziotto avanti, l’altro dietro, il camion in mezzo come un condannato a morte, e quando ripassavano, Ippolita domandava agli autisti come fosse andata.

"Bene è andata" rispondevano. "Cinquantamila lire di multa, quei porci".

"Quei porci" esclamava anche Ippolita e subito si distraeva.

Dopo la stagione dei pullman carichi di sci e di turisti con le giacche a vento, adesso da Tarvisio scendevano i torpedoni dei tedeschi: gialli scassati, ma puntuali ogni sabato nach Venedig, per risalire il lunedì con i finestrini pavesati da cappelli di paglia, da grappoli di fiaschi di vino, dalle reticelle gonfie di limoni. Scendevano i gialli pullman del Sonderfahrt, e ogni venerdì, a mezzogiorno in punto, passava quello dei nudisti: le bionde erano grasse e spampanate, gli uomini leggevano il giornale, ma lo stesso la muleria, dai campi, correva ad appostarsi lungo la strada e batteva le mani e urlava e sghignazzava.

Passavano poi i pullman delle linee dirette: Trieste-Milano, Trieste-Genova, Trieste-Bologna; passavano rapidi fruscianti, quasi sempre di notte, illuminati allora da luci discrete come da salotto; e Ippolita, sul loro passaggio, sui ricordi dei luoghi che correvano a raggiungere, si perdeva nella memoria. Appunto di Trieste, che era stata la sua prima città, e di quel troppo duro sbalzo tra Gonars e Trieste, "Vieni a Trieste" le aveva scritto una compagna. "Ti ho trovato un servizio facile. Ci divertiremo insieme. Vedrai che domeniche". Invece, di tutti i giorni, il più malinconico era proprio la domenica quando Ippolita, sul punto d’uscire, diveniva come un mulo cui abbiano tolto i finimenti: libera, liberissima, tanto libera da non saper cosa fare. Saliva nella sua camera, cominciava a cambiarsi, ma a metà si buttava sul letto guardando le cose che aspettavano d’essere adoperate: i vestiti, le calze, cose che per anni aveva desiderato, che stavano diventando sue, ed erano le cose della ricchezza. Quella, per esempio, non era la stessa scatola di cipria che la padrona aveva sulla pettiniera? Ippolita la prendeva in mano. Ma perché era un’altra, come opaca e sporca, segno d’eleganza scaduto e stupida pretensione?

(…)

webmaster Marco Giorgini