EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Gazzettino", 20 settembre 2000

RECENSIONE D’AUTORE. Tito Maniaco di fronte al nuovo libro di Bartolini, che compendia uno straordinario patrimonio collettivo

TERRE ROMANZE. Storie libere dal tempo

Un Friuli perduto al quale niente di quanto è stato scritto può tentare di avvicinarsi

di Tito Maniaco

La carta finirà, divorata dai denti del tempo nonostante tutte le precauzioni e la polvere avrà la meglio sulla sua struttura chimica, sia quella che i prigionieri cinesi a Samarcanda insegnarono agli arabi, sia quella fatta per un’apparente eternità dalla formula vincente del professor Natta, così Omero, Aristotele, Lao Tzu continueranno a correre con Agostino, Dante, Shakespeare, Cervantes e Tolstoj la corsa di Zenone; solo che, allo stato attuale delle cose, si Achille che la tartaruga saranno perdenti.

Ma, alla fine, una vecchia macchina da scrivere, preda di guerra del partigiano Bartolini in qualche fureria della Wehrmacht, sarà pur sempre pari al frusciante ticchettio ondulatorio di un computer, se il cervello, la fantasia, la capacità di narrare storie (perché come diceva la mia amata Karen Blixen, "il mondo non può vivere sans storie") continueranno la loro eterna lotta per la comprensione generale, ad ogni livello, della vita.

Pensa, caro lettore al quale di tanto in tanto mi rivolgo, pensa cosa sarebbe, poniamo la nostra Patria del Friuli se non ci fossero state le poesie friulane di Pisolini (e i suoi racconti) e questi tre romanzi di Elio Bartolini che ora l’editore Santi Quaranta presenta in un unico volume intitolato Le terre romanze (e non è terra romanza il Friuli, nonostante la sua caratteristica originale condita in questo fluire di correnti fredde, slave e germaniche, e di correnti calde, latine, bizantine, venete?).

Cosa sarebbe questa nostra storia?

Un ricordo, come un lampo, di un anziano preso in un suo momento di malinconica memoria, "o mi ricuardi che volte…" o una raccolta minuziosa di vecchi giornali, quanto costava il lardo nel ’45, quanto passavano in grammi, litri o chili le carte annonarie degli anni ’40, quanto prendeva un operaio alla settimana, o una filandina (è Bartolini che da poco ci ha prepotentemente riportato sulle labbra la parola bigate e me lo ricordo bene perché mia nonna Adelaide era una di loro), ma tutto qui?

Date, interpretazioni, varianti d’interpretazioni, documenti inediti usciti da questo o da quell’archivio e tutto utilissimo e importantissimo perché così sappiamo da dove veniamo (ma è proprio così?), ma, ma vediamo una serie di punti, di bit, di curve, di ascisse, un intruglio bidimensionale di quadrati che, al computer, si compongono in strutture ordinate, in elementi comprensibili.

Ma cosa c’è dietro e dentro una di quelle foto di gruppo che la storia impagina per noi?

Niente, pure supposizioni se le biciclette di Zigaina non rompessero l’allineamento da Gazzetta dello Sport per darci, divorante, il senso della storia che Bartolini ci presenta, non già come la banalità di una "ristampa" ma "come eravamo", dove un capitolo a lungo contestato (magari da Vittoriani, e che contestazioni e che felici scontri, allora!) in Icaro e Petronio, o il problema della lingua e la politica che Longanesi, sospettoso del "Vento del Nord" di Parri, rifugge.

Cosa sarebbe, insomma di noi, del nostro passato?

Rileggendo questi tre romanzi pare proprio che Bartolini sia diventato quel che il grande Marc Bloch intendeva per grande storico, e cioè di essere come l’orco della fiaba che là dove fiuta carne umana sa che là è la sua preda.

Prendiamo quel confuso brancolare e discutere dei giovani che vagano alla macchia fra il ghebo e le risorgive. Poco lontano, sulle Prealpi carniche s’è da poco consumato il dramma della Garibaldi e della Osoppo che, accerchiate, fra Passo Rest, la val d’Arzino e il monte Rossa, si sono battute a morte con cosacchi, tedeschi e fascisti della X Mas. Chi si è sganciato, chi è morto combattendo e chi impiccato o fucilato.

Se pochi storici, Senofonte, Gibbon, Huizinga, Bloch sono stati capaci di dare, come Tolstoj o Stendhal, il senso del dramma collettivo e individuale di Austerlitz o Borodino dov’è ferito il principe Andrei, o di Waterloo con l’errare catatonico del giovane Fabrizio, nessuno dei tanti libri e libercoli che hanno cercato di ricostruire le vicende di Porzûs riesce a creare il clima vago, opprimente, angoscioso di fronte ai frammenti di notizie su quella vicenda che arrivano ai garibaldini annidati fra i canneti del Ghebo.

È il non capire, è il non voler o poter accettare che rende queste pagine assolutamente uniche, e ciò accade perché solo l’arte ha in sé la capacità (il dono? Il destino?) di rendere per sempre contemporanei questi eventi, qualunque sia la generazione che aprirà questo romanzo.

Ho letto per necessità infinite pagine di economia del Friuli degli anni ’40 e ’50 e credo che solo pochi film neorealisti, Paisà e Sciuscià in primo luogo, siano in grado di emulare l’atmosfera, l’aura che circonda il Friuli di Petronio e il metafisico irradiare del male in Icaro (un Orson Welles de Il terzo uomo).

È un Friuli perduto al quale niente di quanto decorosamente e utilmente è stato scritto può neppure tentare di avvicinarsi.

Riprodurre è certo un dovere dell’accademico della storia, stravolgere, avvolgere e coinvolgere spetta solo all’arte.

Chi ricorda il paesaggio de La vecchia va a barbana dei Sette racconti cattolici ha già in sé tutte le chances per cogliere ad un livello poetico, e quindi superiore, la descrizione della campagna friulana di cui solo Zigaina assieme a Bartolini coglie la totalità. Drammatica, esistenziale, una vera visione del mondo.

Ma mentre Zigaina scava tra i blu, i verdi, i bianchi e gli azzurri violetti e la terrosità segnata delle mani e dei volti dei suoi braccianti, Bartolini con La bellezza d’Ippolita (Mondatori, ’55) usando di una violenta capacità di cogliere lo "specifico" di un’altra arte, il cinema, attraverso un uso superbo del "campo lungo", sale sempre più in alto sopra il distributore di benzina al centro d’una curva fra il fiume e il bivio, appena oltre il ponte sul Tagliamento e costruisce con sei pagine uno dei più grandi in assoluto, paesaggi del Friuli, dove, e qui divampa il grande senso allegorico dell’arte, tutta la merceologia possibile degli anni ’50 viene fatta convogliare con la capacità tonale del Pordenone e la minuzia nevrotica dei disegnatori napoleonici che seguivano l’armata d’Italia per descrivere i campi di battaglia.

Le storie, per nostra fortuna, non finiscono mai. Sono, per nostra sfortuna, i loro cantastorie, i tusdi tala di Stevenson e gli aedi di Omero che cominciano, a contatto con il mondo moderno, a scomparire.

Se ciò sia una fatalità, ananke – come dicevano i greci – dipende dal nostro modo di vedere e d’interpretare le vicende umane.

webmaster Marco Giorgini