EDITRICE SANTI QUARANTA

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Le terre romanze
(Elio Bartolini)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Tre storie, uscite in precedenza presso editori diversi, sono qui riunite in Le terre romanze acquistando una più persuasiva compattezza stilistica e quasi il peso, l’importanza, il significato profondo di un’opera nuova. Il Friuli dell’ultimo cinquantennio perviene con questa trilogia al massimo affresco narrativo della sua storia: la Resistenza paesana e popolare de Il Ghebo, l’aspro individualismo di Icaro e Petronio e il formidabile ritratto esistenziale de La bellezza di Ippolita convergono in una struttura imponente permeata di materiali "romanzi": "arcaici e cristiani", afferma l’autore in una nota finale.

Elio Bartolini ritrae il Friuli di ieri (ma c’è anche una suggestiva e inedita Trieste) con corposa concretezza; egli respinge la tentazione nostalgica di mitizzare la "Piccola Patria", utilizzando invece la lezione strategica della storicizzazione: il Friuli è stato così, senza infingimenti o indugi, senza sottrazioni o esaltazioni. Eppure questo realismo è penetrato da una lingua che sale con forza: prima scabra e sincopata, severamente dialogica, poi sempre più aperta e con una sua tenerezza d’insieme; spesso alta, ma non ancora sontuosa, come nel Pontificale in San Marco; una lingua soprattutto umana e comunitaria.

Infatti l’umanità e la coralità costituiscono due fondamenti della narrativa di Bartolini. L’attenzione alla persona concreta, con i suoi drammi, è espressa da questo straordinario scrittore con un atteggiamento amoroso e trepido, molto vicino alla Carità, dentro il tessuto (corale) di un mondo reso con un colpo d’occhio crudo e naturalistico. Le terre romanze si rivela come il grande atlante di un Friuli che non c’è più, ma è anche una mirabile esplorazione della solitudine, dell’amore, della guerra, della vita e della morte.


Prima pagina 

IL GHEBO

 

L’arrivo alla cartera

La Cartera, invece dell’edificio unico che Andrea s’aspettava, era un complesso di fabbricati disposto attorno a un cortile, anzi attorno alla meridiana: perché è quel tondo rosso sulla facciata della casa colonica a dare una simmetria all’insieme, il suo punto di equilibrio.

Ma prima ancora c’è stato un fiume, la sola cosa che il Monco ha nominato: "Lo vedi, là, il Ghebo?", con una biforcazione dentro il suo corso e con una rosta da cui il ramone di un’acqua forte e incanalata scendeva verso la Cartera a rasentarla sul lato destro: quello adattato a fienile. Poi i due ramoni, ricongiungendosi, serravano dentro il loro anello un ultimo edificio: da sistemarci forse, così a strapiombo, una ruota per sfruttare il salto della corrente. E quella specie di isolotto, la banda del Monco lo aveva circondato con un tale ammasso di rovi e di fascine che pareva un covone piantato a marcire dall’acqua.

"Là invece si dorme e si mangia" e il Monco si girò verso la meridiana.

Sotto la meridiana, una vite allargava i suoi tralci, furiosa e abbarbicata come tutti quei cespugli e le erbe e gli sterpi, dovunque ci fosse muro, a sgretolarlo.

"Da quella parte – continuava il Monco – c’è il Tagliamento. Da quest’altra, il mare".

Dalla parte del mare l’occhio superava una linea di pioppi, una più bassa di cespugli, un prato vastissimo verde tenero; incontrava altri alberi, altre fitte linee di cespugli, altri morti tronchi di salice, e poi quel muschio e le canne secche dei due ramoni: un paesaggio che, mai a salire su un rilievo, sarebbe variato nei diversi colori degli arativi, nei frumenti già in erba, nei covoni di granoturco rimasti dall’autunno, in tutti quegli intrichi d’acqua, le rogge i rivi i rigagnoli, dove l’occhio correva a spiare gli alberi capovolti e il cielo.

(…)

 

ICARO E PETRONIO

 

I

 

Potevano essere le tre quando si svegliò. E la luce che già filtrava dalle imposte, ancora di più una bora insistente, gli tolsero ogni desiderio e bisogno di sonno.

Si alzò, schiuse appena le imposte, guardò fuori. Il cortile era deserto. Sotto il portico, si intravedeva la sagoma del camioncino. A destra del portico, la cucina. Di fronte, l’altra porta: quella della stalla e, nella sua inquadratura, apparivano come due grossi, due irregolari mucchi.

Sospirò guardandoli, intimamente contento. Per l’idea. Tutto il difficile dell’impresa stava nel trovare ogni volta un’idea. E non era più tanto semplice. Quella dei sacchi del frumento dentro i carri di fieno o delle patate sparse sopra il carico come la marmellata sul dolce, la sapevano ormai. Vecchia anche quella del grano dentro le botti.

"Buono il vino?" domandavano al posto di blocco.

E sorridendo, s’arrampicavano sul camion, tentavano di smuovere una botte, la botte resisteva, quelli col calcio del fucile tanto battevano che una doga cedeva lasciando gorgogliare fuori il grano come un fiotto di vino.

"Visto?" dicevano, e, sempre sorridendo, sequestravano il camion. Non a lui però. Lui finora non aveva perso che due trasporti, un centinaio di quintali, e tutto perché, cedendo alle insistenze dei triestini, aveva battuto le scorciatoie.

Invece la questione non era quella delle strade. Anzi: più la strada era frequentata, meno rigoroso era il controllo. In fatto di strade Tonio preferiva addirittura l’asfaltata.

Più importante la questione dell’ora in cui il carico doveva forzare la frontiera, e dell’idea che ogni volta doveva essere nuova. L’ora migliore era quella dalle due alle cinque del mattino.

(…)

 

LA BELLEZZA D’IPPOLITA

 

I

 

Quando il traffico, dopo il tramonto, riprendeva sul succedersi degli autotreni ed essi, sciabolandola con i fari, percorrevano la notte sicuri e potenti come balene, questo significava che l’estate era cominciata.

Il granoturco e il tabacco coprivano la pianura di verde, verdi erano anche le canne delle paludi, verde la linea dei pioppi al limite dell’orizzonte, ma era un verde succhiato da una estrema risorsa di umidità: polveroso secco grigio nell’erba dei viottoli; nei fossi, segno verdastro che accompagnava una corrente sempre più stenta; e macchie di arbusti nani, odorosi come di menta, nel greto del Tagliamento; e chiazze di girasoli che sono gli occhi gialli delle corolle parevano ripromettersi, sul giro del sole, soltanto il fuggitivo refrigerio della notte.

Eppure questa era la stagione della pianura, e gli uomini ne approfittavano con la furia di chi saccheggia una ricchezza incustodita e prodiga, ma breve. Con i camion che caricavano sabbia e le donne in cerca di giunchi, di salici nani e di radici di quadro, perfino dalla aridità del Tagliamento traevano qualcosa, mentre, dai campi, carri lentissimi e traboccanti come cornucopie affluivano sulle piazze di Gonars, di Bugnino, di Canussio, di Gorizzo dove piramidi di frumento ancora attendevano d’essere trebbiate e dove, tra poco, sarebbero affluiti gli altri carri d’uva e di barbabietole.

Era la stagione della pianura ed anche la grande stagione della strada.

In quella foresta e galleria che l’asfalto diveniva per gli ippocastani allineati sulle banchine e ricongiunti in alto nell’abbraccio dei rami, ininterrotto si svolgeva il traffico degli automezzi. Da Tarvisio scendevano carichi di legname, da Tolmino carichi di uova, da Cividale carichi di cemento. E da Torviscosa risalivano i trasporti di canne, da Porto Marghera le cisterne di nafta, dalle pianure di Jesolo i camion di angurie e di pomodori.

(…)


Rassegna Stampa

Terre Romanze. Storie Libere Dal Tempo ("Il Gazzettino", 20 Settembre 2000)

Bartolini: Quel Mio Vecchio Friuli Che Non Esiste Più ("Il Messaggero Veneto", 21 Settembre 2000)

Bartolini. Terre Romanze Attorno Al Cuore ("Il Gazzettino", Venerdì 15 Settembre 2000)

Tre Storie Di Un Friuli Romanzo ("La Vita Cattolica", Sabato 11 Novembre 2000)

La Scelta Di Una Narrativa Intrisa Di Realtà ("L’osservatore Libri" De "L’osservatore Romano", 7 Febbraio 2001)

 

 


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