EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Il Gazzettino", Venerdì 5 novembre 1999

ANTEPRIMA, Il nuovo libro di Elio Bartolini (tra il Veneto e il Friuli) narra la vicenda de "Le quattro sorelle Bau", con freschezza di descrizioni degli ambienti e delle persone

Nella famiglia del maresciallo

Esce oggi nelle librerie il nuovo libro di Elio Bartolini, edito da Santi Quaranta di Treviso: si tratta di "Le quattro sorelle Bau" (lire 20.000), quattro racconti, dei quali il primo dà il titolo all’opera. Gli altri tre sono: "Mia madre Olga in filanda", "Olga e Giulia nella Conegliano invasa", "Album di famiglia"; ogni racconto potrebbe essere a sé stante, ma tutti hanno come filo conduttore le vicende della quattro sorelle, appunto.

Per concessione dell’editore anticipiamo le prime pagine del primo capitolo del libro.

di Elio Bartolini

Insolito, per non dire unico; non difficile da pronunciare, anzi fin troppo facile in quella sua cadenza come da sillabario; se mai imbarazzante perché, comunque pronunciato, bàu o baù, richiamava irresistibile il verso del cane, già il cognome faceva curiosi e, insieme, spregiatori sulle quattro sorelle Bau. Diffidenti poi: che se loro, tutte e quattro, erano nate a Codroipo come i tre fratelli, e se la madre, la Pittoni Rachele, era incontentabilmente dei Pittoni indigeni, quel Bàu o Baù padre da dove veniva?

Dalle bande remore dell’Altipiano dei Sette Comuni, terra d’elezione – garantiva chi c’era stato – di questi cognomi ingolati, agglutinati, più richiami per bestie che riconoscimento da cristiani. E tedeschi: Bau non vuole forse dire costruzione, a la Bau – firma non è forse l’impresa edile? Sottolineavano quanti, muratori o terrazzieri, il tedesco potevano anche sostenere di saperlo, dopo le "stagioni" passate in Germania a far cuocere mattoni.

Ipotesi, questa di un’origine tedesca, che a privarla di consistenza bastava il fatto che il Bàu o Baù, a Codroipo, era capitato da maresciallo dei Carabinieri e, ragionevolmente, tutto poteva darsi all’infuori di un maresciallo dei Reali Carabinieri non italiano. Italiano di cittadinanza, che è una cosa; non di origine, che è un’altra: qualcuno, cedendo alla tronca suggestione di quel cognome, s’ostinava ad obiettare. "E poi guardatelo, il Bau" insisteva. "Secondo voi, di che razza è?".

Ora il maresciallo Bau, con il suo metro e ottanta di statura era, sì, biondo e con gli occhi azzurri; ma intanto, carte alla mano, risultava nato in provincia di Vicenza; parlava un veneto dolcemente cantato e affatto comprensibile; i figli, tranne la penultima, la Olga mia futura madre, li aveva battezzati con nomi che perfino Maria e Giuseppe – più cristiani e italiani di così non sarebbero potuti essere. E dopo un giovane periodo romano tra i corazzieri di Casa Reale, continuava a prestare servizio con la stessa fedeltà come "maresciallo maggiore" a cavallo", comandante la Stazione dei RR.CC. di Codroipo, in provincia di Udine.

Anni quelli (tra la prima guerra d’Africa e l’altra di Libia ) e paesi (una Codroipo sonnolenta, disposta a lasciarsi coinvolgere in tridui, novene processioni, ma unicamente a vantaggio dei suoi campi, mai glieli insidiasse il troppo secco o la troppa pioggia) dove tutto il ribaldo e il criminale si riduceva a qualche baruffa nelle osterie dei martedì di mercato e delle domeniche sera; colpa più che altro - lo ammettevano perfino le donne – del vinaccio meridionale spacciato nel "baccaro" del pugliese venuto su come un uccellaccio ad approfittare della peronospora che ancora flagellava i vigneti nostrani. E con le campagne salde, pur nel continuo travaso delle doti e dei testamenti, nelle mani della grande feudalità, i fastidi per il maresciallo maggiore Bau si potevano prevedere solo da un contrabbando che la vicinanza del confine, fissato da un corso d’acqua come il Judrio che era poco più di una roggia, non poteva non provocare.

Un po’ d’occhio, un po’ d’orecchio, un po’ d’agilità, un salto: e chi era di qua, si trovava ad essere di là.

Sarebbero stati furlani anche quelli di là del Judrio, ma ci tenevano a proclamarsi "imperiali", parte viva di una struttura solenne d’antichità e di maestà; mentre questi, al di qua, erano, con tutto il disprezzo che solo i poveri sanno avere per gli altri poveri, appena "regnicoli". E bastava per dire quanto più poveri, più meschini, più miserandi, costretti ad emigrare in scelta immediata di sopravvivenza, e proprio nelle province dell’Impero, quando nessun "imperiale", mai e poi mai, sarebbe emigrato in Italia.

Con l’Italia si potevano intrattenere, tutt’al più, rapporti clandestini, illeciti, pur sempre vergognosi anche se remunerativi come il contrabbando: tabacco contro grappa soprattutto, ma anche riso contro caffè o bozzoli contro scarpe e scarponi. C’era perfino un traffico di santini – fiammanti Cuor di Gesù, candide Immacolate cinte in vita da una sciarpa azzurra, Santi Antoni, col giglio in mano quello di Padova, con il maialetto tra i piedi l’altro, il protettore delle stalle – che nessuno riusciva a stampare bene, pare sostenessero in Ungheria, come una tipografia di Vicenza. E sulla scrivania del maresciallo Bau l’elenco dei contrabbandieri, arrestati e rei confessi, andasse pure infittendo, accompagnato dai verbali di interrogatori monotoni nelle conclusioni, penosi nelle decisioni da prendere perché, fuori dalla caserma, c’era sempre una sposa con il bambinello in braccio o una vecchia madre con il fazzolettone nero in testa.

I ravvedimenti duraturi restavano un’eccezione. Normali le recidività in gente che, non avendo mestiere o avendolo con poca voglia di praticarlo, preferiva il rischio di farsi sorprendere con il sacco del caffè sulle spalle, mollarlo ai carabinieri, passare una notte nella loro guardina, uscirne e ricominciare.

Non dipendeva dal maresciallo Bau un’ostinazione così scontata, quasi proterva. Nessuno poté rimproverargliela come mancanza di zelo o poca perspicacia o generica ottusità nel far rispettare la Legge. E tuttavia qualche velato appunto, qualche indiretta rimostranza dovettero arrivargli dai superiori Comandi. Di sicuro, non gli arrivò quella croce di cavaliere della Corona d’Italia, giusto ed ambito premio di ogni carriera, se inappuntabile. E lui reagì proclamando, forse avventatamente, la sua volontà d’andarsene in pensione. S’era anche trovato, suppletivo, un posto da scrivano nell’esattoria locale. Invece morì improvvisamente di quello che allora si chiamava "insulto al cuore".

Il perplesso mai risolto sentimento d’estraneità da cui era stato accompagnato in vita, una presa in giro in qualche modo maligna che cominciava dal cognome (ma ai "bau bau" delle compagne di scuola e di dottrina già le quattro sorelle, in scala una dopo l’altra, avevano imparato a rispondere "gnau gnau"), parvero sbiadire nel farsi stesso delle circostanze. Dei sette fratelli Bau rimasti orfani, il primo tra i maschi andò a imparare il mestiere del ciabattino; quest’altro del fabbro; quest’altro ancora era stato accolto in un udinese collegio di orfani. Delle sorelle, cominciate e non finite le elementari, la prima lavorava da una sarta; la seconda aspettava d’andarle dietro; le altre due, le "piccole", passavano la giornata pascolando oche e tacchini, bravissime nella stagione dei bachi a sfogliare per loro, trattati meglio che cristiani, le bacchette dei gelsi, a cambiargli i letti di carta, a guardarne stupita ammirazione quell’avvolgersi dentro la bavella con il quale completavano la loro esistenza di quaranta giorni.

In paese tuttavia qualcosa, come su un ferro la polvere della sdua limatura, persisteva dell’antica sospettosità. E anche l’addolcito arrotondamento a cui il cognome Bau era pervenuto nella pronuncia quotidiana, conservava un suo indeclinabile disprezzo di ironia: "le Bao" le chiamavano adesso, una sonorità come belante, come scimunita. E c’era stato tutto il tempo perché altri motivi di perplessità, d’irritazione, di risentita polemica montassero, astiosi abbastanza, attorno a loro.

webmaster Marco Giorgini