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"Il Diario" , 16 febbraio 2000
Storie di famiglia
Racconti costruiti in assenza del padre
di Massimo Onori
LE QUATTRO SORELLE BAU
di Elio Bartolini, Santi Quaranta, pp. 160, 20.000 lire
Abbiamo ormai un appuntamento fisso con l’autore di La bellezza d’Ippolita (1955) e La linea dell’arciduca (1980), lo sceneggiatore di Antonioni, il curatore delle opere dello scandaloso Baffo, il biografo di Ignazio di Lodola e Giacomo Casanova (due scrittori che sono il meridiano e il parallelo al cui incrocio si colloca la patria letteraria di Elio Bartolini). È un appuntamento che ci viene garantito da un piccolo ma elegante editore di Treviso, santi Quaranta, che nel 1998 ci ha regalato un’edizione rinnovata del libro più celebre di Bartolini, Pontificale di San Marco, di cui s’è scritto qui: come, del resto, dei sette deliziosi racconti dell’Infanzia Furlana (1997) che, in effetti, sono il sicuro antecedente di quelli raccolti oggi sotto il titolo
Le quattro sorelle Bau.
Se nell’Infanzia furlana, tra Veneto e Friuli, tra Conegliano, Codroipo e Udine, era la figura della nonna materna ad affacciarsi sul paesaggio interiore del narratore come una quercia robusta e prepotente, carica d’umori secolari, ricapitolazione biologica e psichica di una vicenda atavica, in quest’ultimo libro, di quella quercia, resta in primo piano solo l’ombra, fonda e protettiva quanto si vuole, ma perché acquistino rilievo quattro giovani arbusti, di timidissimo ed educato rigoglio, ma di costituzione salda e orgogliosa: le quattro figlie, appunto, che ricevono il cognome dal padre morto precocemente, Bau, un cognome misterioso, né veneto né friulano (uno di quelli "ingolati, agglutinati, più richiami per bestie che riconoscimento da cristiani"), che le sospinge subito entro un cerchio di diffidenza, se non di scherno.
Sono quattro i racconti entro cui si compie l’apprendistato alla vita delle sorelle Bau ( e dei loro tre fratelli, tutti sullo sfondo): Maria, la più grande e la più bella; Giulia, bravissima cucitrice; Olga, filandina irrequieta e di riottoso, allegro, indipendente temperamento; Anna, sempre sul punto di farsi suora; ma tutte, a eccezione di Olga – che ha il coraggio di sostenere una separazione -, non troppo malmaritate. I primi tre si svolgono negli anni della Prima guerra e che immediatamente la precedono: quello che dà il titolo al libro, Mia madre Olga in filanda, quindi Olga e Giulia nella Conegliano invasa. Il quarto, Album di famiglia, è ambientato nel 1934, in occasione della processione del "Cristo Nero" di Codroipo, in apparenza un felice ritorno dei fratelli in onore della vecchia genitrice, in realtà l’impietosa e muta, concorde, spartizione dell’eredità materna: l’unico racconto ove compare, dodicenne, il narratore e baricentro del libro.
Non avrei detto molto se non aggiungessi che Olga, la madre del narratore, di gran lunga il personaggio più rilevato, si porta dietro una scia di emozioni, un corteo di sogni e segreti, un costume di sentimenti, una rivelazione del femminile, che fanno subito pensare all’Italia identica e diversa dell’Annina del Caproni livornese, della Maria del Bertolucci parmigiano. Eppure, a contendersi Olga, e la sua bellezza, c’è un meno di luci, un più di foschia e incertezza, un qualche malessere. Sarà per questo che Bartolini la ripresenta, di racconto in racconto, come da diversa inquadratura: e riproponendo, da nuova angolazione, episodi già narrati. Sarà per questo che il narratore, in Album di famiglia (ecco una dichiarazione di poetica), stenta a riconoscere nelle vecchie foto i famigliari con cui, pure, è cresciuto; e la forma, proprio mentre fissa l’istante, denuncia un’impotenza. Il libro, d’altra parte, è tutto costruito su un’assenza, quella del padre, il marito di Olga, di cui non sapremo mai nulla.
La vita, la letteratura, stanno tutte, forse, in questa reticenza.
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