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"Il Corriere di Roma" , Domenica 28 febbraio 1993
Questa voluminosa raccolta di saggi di Giorgio Bàrberi Squarotti apre orizzonti letterari ed umani ricchi di indagini
Le colline, i maestri, gli dei
di Giulio Palombo
Questa voluminosa raccolta di saggi di Giorgio Bàrberi Squarotti (Ed. Santi Quaranta, Treviso, 1992) apre orizzonti letterari ed umani ricchi di penetrazione e di indagine. L’area piemontese, quella delle colline delle Leghe è lo spazio prevalentemente scelto dal Saggista per le sue analisi, uno spazio a cui egli stesso appartiene, che risulta, quindi, caro ed amato, ed al quale appartengono, come terra di origine e di legami affettivi, gli autori da lui studiati: ci si incontra quindi con un comune "paesaggio dell’anima" (paesaggio che personalmente sento vicino, perché anch’io vissi in Piemonte e a Torino in due diverse età della mia vita) e con scrittori quali Getto e Ristagni (docenti all’università di Torino quando la frequentai nel ’56), Mazzantini, Gozzano, Pavese, Fenoglio, Arpino, Calvino, Primo Levi ed altri. Si tratta di uno spaccato, di un segmento della narrativa e della letteratura italiana del novecento, esaminato con metodi e strumenti critici personali, approfonditi e appassionati. Vi è il "devoto omaggio a Giovanni Getto", cultore eccezionale e studioso instancabile della letteratura e in particolare della poesia religiosa, vista e presentata in polemica anticrociana. Viene esaminata la prima opera del Ristagni, i "Poeti alessandrini", nel loro confronto con la produzione classica e nel loro accostamento ai poeti moderni per il carattere letterario e libresco di quella produzione. In Bàrberi Squarotti troviamo spesso sottolineato il classicismo come errato principio critico che condusse il Croce "all’incomprensione presso che totale della letteratura contemporanea e a clamorose "dèfailances" nei confronti degli autori non propriamente intesi all’equilibrio e alla misura, come Dante o Mallarmè. Tuttavia per Ristagni – il quale propone la crisi antica della poesia come figura di quella che la coscienza avverte in atto nel momento storico attuale – fu fondamentale il celebre testo crociano. Interessantissimo il capitolo dedicato al saggio di Ristagni su Giuliano l’Apostata, l’imperatore filosofo che amò tanto il mondo classico-pagano da ripudiare e combattere la civiltà cristiana e tentare – invano – di imporre la restaurazione del paganesimo. E Ristagni, in certo senso, giustifica la coerenza della visione di Giuliano, la cui decisione però è condannata dal fallimento stesso della sua opera politica, dalla sua fine tragica e dal non aver saputo riconoscere la novità e superiorità storico-divina del cristianesimo. Magistrale e fondamentale il capitolo "Il problema estetico per Mazzantini", autore il quale si allontana subito dal Croce, proponendo un’estetica dell’espressione e del sentimento. Per Mazzantini infatti "l’opera d’arte è soltanto una tappa del viaggio verso Dio". La sua poesia è una conquista che nasce da un lungo impegno meditativo, una poesia che, attraverso l’affanno e la fatica della ricerca, giunge ad una serenità conclusiva, alla gioia della scoperta della verità. All’origine della critica di teatro gobettiana, afferma Bàrberi Squarotti, sta l’esempio del Croce. Così Giobetti capovolge l’interpretazione comune, secondo cui il vero teatro italiano nascerebbe con il Goldoni, e d evidenzia, invece, in lui l’incapacità a trasfigurare la realtà. Sicché veri grandi autori di teatro e veri artisti sarebbero Bruno, Machiavelli, l’Aretino, il Pirandello nelle loro opere più note e meglio riuscite. Scorrono davanti al lettore i romanzi combattuti e drammatici di Pavese, nei loro diversificati "viaggi" dall’età adulta all’età dell’infanzia, del mondo borghese e industriale della città al passato mitico e primitivo della campagna. La delusione e il vuoto si riflettono nella vita e nella letteratura contemporanea. Nasce, come in Gozzano, l’opposizione tra l’una e l’altra, e la letteratura appare come "inganno, finzione, non vita", non più, quindi, "secondo l’illusione romantica e secondo il piano dannunziano". La Natura invece torna in lui ad essere celebrata nella sua bellezza che si rinnova, unica in grado di dare pace, di dare un senso a tutto. Il libro di Bòrberi Squarotti diventa lo specchio delle umane ricerche e contraddizioni, delle contrastanti aspirazioni e scelte, dei continui ritorni e mutamenti. Così è, ad esempio, per Fenoglio, l’epicità dei cui personaggi – appartenenti a romanzi spesso cupi e opprimenti, che riflettono la tragicità contemporanea – non è più quella classica, dell’eroe forte che vince e si impone, ma quella dell’eroe ossessivamente vinto, umiliato, annientato, anche dalla natura, e che combatte solo per un dovere morale, per l’onore, sapendo già della sua fine.
Si alternano dunque, in questo grande scenario della letteratura che Bàrberi Squarotti ci presenta, interpretazioni più serene, come quella di Gozzano, che vede la Natura quale ispiratrice di poesia (cui si affianca però l’ironia quale difesa contro il determinismo della vita e della morte), e visioni più cupe di trasgressione e di orrore (come in Pavese e Arpino), cui gli autori inclinano facilmente, trasmettendo a se stessi e ai lettori una più pesante concezione del mondo e del vivere, ripetendo e ricreando nella letteratura i percorsi più aberranti del reale, e influendo così negativamente sulla struttura mentale ed esistenziale dell’umanità. Forse c’è qualcosa di vero in un’affermazione, eccessiva ed ironica, udita recentemente: che, cioè, è un vantaggio e un merito non avere letto tanta letteratura e narrativa del ‘900. il mito viene ad assumere nella letteratura un duplice aspetto; esso può ispirarsi a grandi temi e ideali intramontabili, ovvero è capace di elevarsi e di essere se stesso (vedi "La luna e i falò"). "Il cielo è vuoto", "Non esiste più Dio", "La realtà non esiste", L’inferno è quello che è già qui, che formiamo stando insieme". È questo il discorrere, l’immaginare, il vaneggiare, a volte, della letteratura, che plagia e forma. O meglio, che distrugge ogni forma. Contribuisce,a volte, a creare quel mondo informe che essa condanna e da cui vuole evadere. Da Pavese ad Arpino, a Calvino, è questa la linfa che spesso proviene dalla loro grande arte e che si immette nel sangue e nel pensiero dei contemporanei. Perciò "Lavorare stanca". E anche vivere stanca. E lo sfogo, la pienezza, la brutalità del sesso non attenuano il dramma dell’uomo, ma forse lo acuiscono. Il gusto della trasgressione serpeggia come una nuova verità e una normalità ("la suora giovane" di Arpino) e il quotidiano diventa un bozzolo di abitudine senza valore, da spezzare ed evaderne. È questo mondo di morte, di orrore, di suicidio, di corruzione, insieme ad altri aspetti letterari e poetici, Giorgio Bàrberi Squarotti ci pone davanti nelle sue pagine critiche ampiamente elaborate e articolate, condotte sul filo dell’analisi letteraria con l’acutezza che gli è propria, con insistenze, raffronti, accostamenti e ritorni di concetti e di giudizi, con un periodare esteso e una prosa lucida, organica, di impianto classico.
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