EDITRICE SANTI QUARANTA

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"L’Osservatore Romano", 23 aprile 1992

LETTERE. Il più recente volume di Bàrberi Squarotti

Umanità e stile degli scrittori piemontesi

di Pier Francesco Borgia

 

"Dal paesaggio di queste colline mi è sempre venuta come una lezione di pazienza delle angosce, degli affanni, delle fatiche del vivere: ma perché è un paesaggio… nel quale si possono incontrare gli dei e gli eroi di Omero, ma anche le incarnazioni delle più radicali e definitive sconfitte, e mai i carri dei vincitori".

Le colline di cui si parla sono le Langhe e chi scrive è il torinese Giorgio Bàrberi Squarotti, critico letterario e accademico di fama. La citazione viene dal volume "Le colline, i maestri, gli dei", pubblicato presso l’editore trevigiano "Santi Quaranta, che raccoglie una serie di interventi che il critico torinese è andato scrivendo negli ultimi quindici anni.

Non si tratta del solito assemblaggio, che fa della raccolta (di novelle, di articoli, di interventi eterogenei) una nuova moda editoriale, bensì di un percorso che riunisce alcuni interventi critici volti a stabilire le coordinate non solo culturali ma anche geografiche dell’apprendistato letterario, morale e spirituale di Bàrberi Squarotti.

Il tema di questo volume è la ricerca di un filo conduttore che l’autore ha avvertito come una costante della sua crescita culturale ma che sino al raggiungimento della maturità riflessiva dell’accademico non era riuscito a prendere forma.

Di fronte al fosco paesaggio della Langhe, dove torna sempre per ritemprarsi dalle fatiche cittadine, ma anche dove viene a cercare nuova fonte di ispirazione nella infaticabile ricomposizione delle proprie radici, il critico coglie le ragioni delle marginalità verso cui si sono indirizzati molti degli scrittori e dei letterati di questa terra nei confronti del panorama culturale italiano preso nel suo insieme.

Nella prima parte del libro l’autore offre un excursus sul suo apprendistato letterario. Giovanni Getto, Augusto Ristagni, Piero Godetti e Benvenuto Terracini sono creditori di Bàrberi Squarotti di una visione delle cose austera ed acuta al tempo stesso; in essi resiste il mito (o forse è meglio dire il luogo comune) di una schiettezza che arriva subito al nocciolo della questione senza lasciar spazio alla deviazione verso mode culturali effimere o verso tendenziosi pregiudizi.

Ecco allora riproposto Giovanni Getto quale assertore convinto di un’indagine esegetica che colga nella letteratura una esperienza totalizzante di umanità e di stile. La sobrietà, la concretezza dei piemontesi è possibile scorgerla nella necessità che Bàrberi Squarotti ha, sulla scia di Godetti, dello stesso Getto e di Terracini, di decodificare un testo per ricostruirne la più intima necessità.

Più vicino alla lezione della critica stilistica che non a quella degli strutturalisti d’oltralpe, l’autore non si allontana dal testo e ne ricostruisce le ragioni di fondo a partire dallo scarto linguistico che ne ha segnato il grado di letterarietà. In questa ottica Bàrberi Squarotti legge il Tasso attraverso le acute osservazioni del Getto, così come ritrova intatta l’espressività poetica della Commedia attraverso le pagine critiche del Terracini.

Passando poi dalla teoria alla pratica, il critico torinese ci offre, nella seconda parte del volume, una serie di letture di alcuni tra i più significativi scrittori piemontesi di questo secolo. Si parte dalla mesta ironia della poesia gozzaniana per approdare in ultimo, quasi un crescendo della ragione morale sull’impeto passionale dell’artista, alla incisività della lezione "civile" di Primo Levi.

La passione del lettore di professione esce dal binario dell’obbligo accademico per regalarci lo stesso sentimento di simpatia che il critico ha avvertito, fin da giovane, nella lettura di autori ingiustamente relegati ad un ruolo di marginalità quali Augusto Monti, Tarchetti, Giacomo Debenedetti (noto più per le sue monografie sul romanzo novecentesco che per le sue giovanili prove di narratore all’ombre dei rondisti) e i più accreditati Arpino, Pavese, Primo Levi e Calvino.

Fedele alla lezione di Getto, Bàrberi Squarotti ci svela inoltrei segreti disegni della scapigliatura piemontese, andando oltre il cliché di un movimento che è visto soltanto quale superamento dell’ottica realista verso un’esasperazione dei temi pi+ "estremi" del romanticismo europeo.

Le sue maggiori affinità con questa schiera di scrittori, come lui appartati e schivi, ci consentono di riconsiderare l’opera di Tarchetti, Monti , Arpino e Fenoglio alla luce di nuove prospettive critiche.

La puntuale lettura di Bàrberi Squarotti dà il giusto rilievo alle scelte stilistiche adottate dai singoli autori e che sono state in gran parte trascurate per la forte rilevanza del ruolo che quei testi ricoprivano all’interno del panorama culturale in cui si affacciavano. Per tutti valgano le nuove ed originali pagine sul viaggio come struttura cardine del romanzo di Pavese e dei debiti di Beppe Fenoglio verso il poema epico di John Milton.

E così si ritorna alle Langhe di cui l’autore accennava nella premessa del volume. Nell’eco della fuga di Johnny, attraverso il movimentato paesaggio collinare dell’astigiano, è possibile riascoltare le sofferenze dei molti "sconfitti" di questa lunga stagione letteraria piemontese.

Ricompaiono tutti di fronte a noi i molti personaggi decadenti, crepuscolari, romantici e pessimisti che hanno fatto del topos regionale un carattere ben definito.

webmaster Marco Giorgini