di Bruno Quaranta
"Non abbiamo mai avuto – noi piemontesi – quell’uomo o quell’opera che, oltre ad essere carissimi a noi, raggiungessero davvero quell’universalità e freschezza che si fanno comprendere a tutti gli uomini e non soltanto a coetanei". È la verità isolata da Cesare Pavese. Un "rompicapo" intorno a cui ruotano i saggi di Giorgio Bàrberi Squarotti Le colline, i maestri, gli dei. Forse l’Autore "universale" piemontese è una figura plurima, riassume cioè in sé i caratteri degli scrittori visitati dal docente di Letteratura italiana nell’Università di Torino. Tre nomi, in particolare, vanno a comporre l’identikit ideale, langaroli come Bàrberi Squarotti (molte sue pagine sono nate nella dimora di Manforte, schierata davanti alla Morra): lo stesso Pavese, Fenoglio e Arpino (Bàrberi Squarotti ne ha curato l’opera omnia per Rusconi). Tre alfieri della "cattiveria" subalpina identificata da Stendhal, ovvero l’assoluta diffidenza verso gli uomini e le cose, un sigillo che non facilita di sicuro la comprensione fuori Piemonte (e in Piemonte).
Accanto ai tre moschettieri delle colline, si allargano le ombre di Guido Gozzano (la corrosiva, non meno "cattiva" ironia crepuscolare), Giacomo Debenedetti narratore (una curiosità: Bàrberi Squarotti vive a Torino nella stessa casa dove abitò per un breve periodo il critico biellese), Augusto Monti (l’ "architetto" dei Sanssôssì), il ligure-einaudiano Italo Calvino (la letteratura consumata fino all’estrema sillaba), Primo Levi che "nel libro supremo", Se questo è un uomo, "gioca l’atroce scommessa della parola insufficiente e inadeguata di fronte all’ineffabilità del male assoluto".
I "maggiori" di Bàrberi Squarotti sono il filosofo Mazzantini (le pagine dedicategli suscitano l’interesse per le sue poesie tra Gozzano e Chiavesi), Augusto Ristagni (letteratura latina), il dantista Benvenuto Terracini, Piro Godetti e, soprattutto, Giovanni Getto, il maestro che ha indicato la via del connubio tra "umanità e stile". Gli dei e gli eroi ("collinari") di Bàrberi Squarotti sono "gli dei e gli eroi di Omero, ma nelle incarnazioni delle più radicali e definitive sconfitte, e mai i carri dei vincitori…". Una confessione in punta di "Ecclesiaste". Un omaggio alla memoria della "Malora", balsamica, salvifica per chi si trova a solcare i nostri assurdi tempi "moderni".