di Vincenzo Jacovino
Non mancano titoli belli ed accattivanti capaci di catturare l’interesse e l’attenzione del lettore come del critico. E dietro ad ogni frontespizio civettuolo o dal fascino discreto, quante piacevoli sorprese emergono, vuoi per le problematiche che si scoprono racchiuse nelle pagine, vuoi per la scrittura, non di rado costituita da una lingua creativa, che di frequente coinvolge. Accade spesso poi che, attraverso il titolo, è possibile prefigurarsi nuovi orizzonti o nuove interpretazioni tanto da essere invogliato ad una lettura più attenta e partecipativa. L’attenzione si fa sempre più acuta nel tentativo di captare i necessari riscontri che confermino le iniziali fantasiose ipotesi.
Di tale discreto fascino si ammanta il volume "Le colline, i maestri, gli dei" di Giorgio Bàrberi Squarotti (ed. Santi Quaranta). È un bel titolo e lascia supporre che il testo è l’affabulazione intorno e su immagini di fiumi, monti e colline, di uomini e miti; ossia di quelle immagini d’invenzione letteraria capaci d0imprimersi nella memoria del lettore. E queste immagini, in effetti, emergono dalla lettura ma emergono in maniera indiretta; si insinuano sottilmente tra l’analisi di un autore e l’altro e dello stesso autore tra un’opera e l’altra. La sorpresa c’è, quindi, ma è d0altro genere perché Bàrberi Squarotti, raccogliendo una serie di ampi e preziosi saggi dedicati a maestri come Getto, Benvenuto Terracini, Mazzantini, Godetti, Restagni, a narratori come Tarchetti, Roberto Sacchetti, Augusto Monti, Giacomo Debenedetti, Pavese, Fenoglio, Arpino, Calvino, Primo Levi e un poeta come Gozzano, ridisegna grazie anche ad una scrittura dall’alta tensione partecipativa una carta geografica del Piemonte. Ridisegna soprattutto il paesaggio della Langhe che emerge, lentamente autore dopo autore, "come il presso che meraviglioso e meravigliato concentrarsi in forme e in figure di quelle immagini della letteratura che si sono fissate nella memoria attraverso la lettura adolescenziale di Pavese e, più tardi, di Fenoglio e di Arpino".
Ogni saggio è impregnato dell’humus che le colline e le Langhe infondono e promanano dal brumo della terra; di ogni autore indagato traccia e realizza un quadro "complessivo entro cui si collocano la scrittura e l’opera" in rapporto soprattutto ad una lingua strutturale "ancora legata strettamente con la natura". È un’indagine critica su scrittori piemontesi, è vero, ma non è la storia della letteratura piemontese perché gli scrittori sui quali la ricerca e lo studio critico di Bàrberi Squarotti si sofferma con acume hanno non solo la significativa cittadinanza nella storia della letteratura italiana ma sono stati validi artefici e coautori di detta storia.
"Il critico letterario torinese – è scritto sul risvolto di copertina – si serve di molti strumenti di analisi per giungere alla sua penetrante esplorazione: l’architettura è maestosa, i giudizi acuti e illuminanti, la lingua creativa", e a più riprese piacevole ma mai pedante. Insegue i suoi autori (in particolare le due esplorazioni riguardanti l’Ottocento) sull’incerto crinale che divide la vita e la pagina scritta nel tentativo di definire i caratteri di ciascuno in rapporto "all’altra letteratura e l’altra cultura del loro tempo". Attraverso l’indagine minuziosa, Bàrberi Squarotti effettua una fitta rete di rimandi, accostamenti e debiti con l’intento, peraltro riuscito, di ricercare per intero il clima culturale in cui l’autore indagato ha operato e sviluppato idee e scritti. Cuore dell’indagine è, quindi, scrittura e linguaggio per giungere a delineare ambiente e orizzonte di vita e di cultura del Piemonte. Non è, pertanto, uno studio sulla cultura e letteratura piemontese ma soltanto una corposa raccolta di saggi dedicati a scrittori di quella regione e di come questi si siano rapportati e integrati poi in quella che è la letteratura e cultura italiana.
"Le colline, i maestri, gli dei" segnano le tappe di un viaggio nell’evoluzione creativa di ciascun autore indagato; segnano i risultati di una ricerca speculativa che si pone alla caccia di fermenti inventivi nell’intento di cogliere di Pavese, di Arpino, di Gozzano o Getto e via via di tutti gli altri i caratteri essenziali della loro arte e lo specifico contributo culturale e letterario che essi hanno dato alla cultura e letteratura italiana.