EDITRICE SANTI QUARANTA

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Le colline, i maestri, gli dei
(Giorgio Bárberi Squarotti)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

Il moto pendolare contraddistingue la struttura critico-letteraria di Giorgio Bàrberi Squarotti. L’oscillazione costante e dettagliata si risolve in sintesi incisiva, in mappa esauriente e forte. È come osservare una carta geografica con città, pianure, fiumi, monti, colline, fino alle minuscole vallate, ai piccoli "nei". Il critico letterario torinese si serve di molti strumenti di analisi per giungere alla sua penetrante esplorazione: l’architettura è maestosa, i giudizi acuti a illuminanti, la lingua creativa.

Le colline, i maestri, gli dei comprende una serie di ampi e prezioni saggi dedicati a: Getto, Ristagni, Benvenuto Terracini, Mazzantini, Godetti critico di teatro, Gozzano, Tarchetti, Roberto sacchetti, Giacomo Debenedetti narratore, Augusto Monti narratore, Pavese, fenoglio, Arpino, Calvino, Primo Levi. Essi sono preceduti da una Premessa introduttiva, seguita da un Il paesaggio dell’anima, che "canta" le Langhe eterne, suscitate probabilmente da antichi dei ancestrali. Quasi al centro, a motivare profondamente le ragioni del discorso critico, sta il saggio Antropologia e polemica: l’area piemontese.

L’opera, che Bàrberi Squarotti consegna al lettore, è polivalente, a suo modo organica; umanissima pur nell’indagine "obiettiva" e minuziosa. Si tratta di un affresco eccezionale sul Novecento letterario italiano (due esplorazioni riguardano l’Ottocento), condotto secondo una forma mentis "tomista".


Prima pagina 

 

1.

DEVOTO OMAGGIO A GIOVANNI GETTO

 

Il problema iniziale dell’esperienza critica di Giovanni Getto è costituito dai suoi rapporti con la situazione culturale degli anni fra il 1930 e il 1940 in cui avvenne la sua formazione: cioè, con quel crocianesimo trionfante che nei più fervidi e originali discepoli (come il Russo, fu uno dei maestri del Getto) si coloriva sì di passione intellettuale e di interessi più vari e inquieti, e che in uno studioso venuto a posizioni crociane da una personale misura di lettore sensibile e innamorato dei testi (come il Somigliano, altro maestro del Getto) era divenuto stimolo a una viva sollecitazione psicologica ed etica degli autori, ma che sostanzialmente determinava, come i due momenti essenziali dell’indagine critica, con una notevole fissità di andamento esegetico e di ricerca, la definizione del sentimento ispiratore del testo e l’indicazione del valore raggiunto dell’autore nell’espressione di quel sentimento (sia pure in rapporto con i momenti meno felici, meno riusciti, pur essi esaminati e osservati, ma sempre in esclusiva funzione della determinazione della "poesia").

Ecco, l’esigenza che muove le prime ricerche critiche del Getto si può immediatamente definire come decisione di uscire da quegli schemi, capovolgendo radicalmente la prospettiva di considerazione dell’opera e dell’autore. Non la definizione, la formula comprensiva e complessiva del modo di "poesia",né, tanto meno, l’assoluta e atemporale determinazione del valore poetico, la distinzione del non valore, e le considerazioni storicistiche successive, quando lo sguardo organico e totale dell’esperienza quale si è incarnata nel testo, il movimento interno dell’opera o delle opere di un autore, la vicenda spirituale, insomma, che varia, ardua, complessa, combattuta, tiene insieme e giustifica quell’organismo compiuto e definitivo che è l’opera, e che è innaturale distinguere e sconvolgere sottoponendola all’analisi e alle distinzioni dei valori, proprio nella totalità di dimostrazione di un’esperienza spirituale consistendo il suo significato. Di qui nasce l’attenzione che il Getto rivolge, all’inizio della sua esperienza critica, alla letteratura religiosa: che è già ambito in qualche modo "eretico" di per sé, rispetto alla perfetta ortodossia crociata, ma che rappresenta soprattutto la più immediata possibilità di indicare concretamente, in re, il modo in cui la vicenda spirituale, in tutta la sua fenomenologia, si attua nella parola, si fa stile; di seguire il vario e difficile incontro fra un’esperienza interiore e l’espressione, la comunicazione, l’ordinamento di essa in discorso, in linguaggio.

(…)


Rassegna Stampa

Gli scrittori della fucina sotto la Mole ("Il Quotidiano", 20 aprile 1994)

DIALOGHI CON PAVESE FENOGLIO E ARPINO ("Tuttolibri" de "La Stampa", 22 agosto 1992)

Umanità e stile degli scrittori piemontesi ("L’Osservatore Romano", 23 aprile 1992)

Le colline, i maestri, gli dei ("Il Corriere di Roma", Domenica 28 febbraio 1993)


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