di Luca Desiato
Una collina imbiancata dalla neve notturna in una città d’Italia adriatica, è una visione realistica e al tempo stesso simbolica osservata dall’occhio attento e sospettoso dell’infermo monsignor Roberti: è l’immagine con la quale si apre l’intenso libro di Bruno Sacchini: "Le chiavi nascoste" (Editrice Santi Quaranta). L’azione si svolge verso la fine del nostro millennio, in una società schiava dei media, edonista e disneyana, un gran baraccone e divertimentificio riminese, autonominatosi "Città virtuale". La Chiesa è pressoché svuotata d’energie e significati, il papato si è addirittura trasferito in una specie di Avignone d’oltremare.
In questa società post-cristiana le strutture ecclesiastiche paiono svuotate di significato eppure ambite, perché non è l’effettivo potere quello che conta, ma l’appropriazione della carcassa vuota di quella funzione. La figura centrale dell’opera è il vescovo Roberti angustiato da un male inesorabile che ne mina il fisico e l’espone a incubi, apparizioni oniriche, al malessere di vivere un momento ecclesiale di svuotamento. Un male che lo spinge con la sua esigenza, a suo modo terapeutica, all’invasione dei ricordi e dei rimorsi. Sono rimorsi di ignavia passata, sono ricordi d’infanzia, una vita contadina a contatto con la natura: forse uno stato di purezza oscuratosi con la crescita, con la maturazione in seminario e durante la carriera.
Sarà un oscuro delitto, l’uccisione di un prete ausiliare di curia, a far precipitare la situazione. È la rivelazione del male nel suo aspetto proteiforme. La rivelazione di trame di bassezza che irretiscono tutto e tutti: dal questore Barzenghi che indaga sul delitto, a suor Germana, allo stesso vescovo ausiliare.
Realtà o incubo? Fatti veramente accaduti o premonizioni? Il malessere del vescovo malato si spande dentro di lui fin quasi a soffocarlo. Ma c’è una trama, intessuta mirabilmente sotto quella umana: la trama invisibile di una misteriosa Indulgenza che separa, distingue, conosce e rimette i peccati. Coinvolto in un incidente stradale il vescovo potrà allora accogliere nel perdono, ed esserne a sua volta perdonato, il coadiutore don Carlo, mortalmente ferito.
Giocato fra l’onirico e il fantateologico, questo interessante libro di Sacchini, per alcuni aspetti irritante per la seriosità plumbea delle situazioni, per quel senso disperato della decadenza ecclesiale, per la schematicità di certi personaggi, alla fine convince per un suo risentito e un po’ folle aspetto visionario.
Una forte tessitura di metafore dà spessore alla narrazione. Un ritorno di simboli, nella nostra narrativa così arida e piatta, come quel seme del grano che muore sotto la neve per dare vita a una nuova pianta, e quella natura che irraggia una capacità taumaturgica che lenisce e trasforma, e quella specie di realtà sotterranea che potremmo chiamare "circolarità delle vite", con la dialettica di amore e ripugnanza, dolore e felicità vicaria.