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" L'Osservatore
Romano" ,
sabato 26
giugno 2004
L’esperienza mistica in un
romanzo di Luciano Marigo
L'ineffabile segreto della
"stanza del cuore"
di Franco Lanza
“Recitare significa essere un altro”: con questa raccomandazione di tecnica
interpretativa e di sagacia professionale una ragazza a nome Cristiana si
appresta ad entrare nell’esperienza drammaturgica, non senza aver prima vissuto
e sofferto in proprio il gran tema della realtà e della finzione. E’ infatti
figlia di genitori separati ed ha assistito precocemente alla precarietà degli
affetti che si sfaldano sotto la sferza delle ambizioni sbagliate e delle
passioni egoisticamente incapaci di coordinarsi con i valori; per giunta è
anoressica, lunatica, insoddisfatta sia degli studi sia delle varie “evasioni”
giovanili e disposta se necessario a sottoporsi a trattamenti psicanalitici.
Quando Simone, il giovane regista che crede nelle sue qualità, le propone di
visitare il monastero di Santo Spirito per osservare da vicino le monache di
clausura in vista di un film su una misteriosa suor Crocifissa morta da poco in
fama di santità, accetta di buon grado il programma ed entra per un paio di
giorni in quel mondo così estraneo alla modernità, che per la sua anomalia
l’attrae ed insieme respinge.
Questo è l’antefatto dal quale si dipana la
vicenda del romanzo di Luciano Marigo “La stanza del cuore” (ed. Santi Quaranta). Una trama che vale la pena
seguire ed analizzare da vicino.
Cristiana, la protagonista, avverte subito di essere approdata ad un
luogo di iniziazione, lontano dalla città e dai rumori. La giovane monaca che
l’accoglie, di nome Crocifissa come la Santa, la colpisce subito per la serena
pacatezza con cui la ammette nell’atmosfera claustrale dicendo semplicemente:
”La prima cosa che devi tenere a mente è che la
fede è un grande amore”.
Dapprima Cristiana non riflette sul significato della frase, ma tutto
il prosieguo della narrazione ci fa assistere al dipanarsi di quell’enunciato.
E’ la stessa novizia a fornire il procedimento didascalico: “Noi facciamo così:
prendiamo quella data frase e continuiamo a ripeterla lungo tutta la giornata:
dieci cento mille volte, guardandola ogni volta da un lato diverso come
girandole intorno. Se proverai a farlo anche tu ti accorgerai che a furia di
dirla e ridirla dentro di te, alla fine non sarà più la stessa perché ti avrà
svelato a uno a uno tutti i suoi segreti. Ti accorgerai, per esempio, che il suo
enunciato, che ti appariva semplice e non scomponibile, è invece un intero
microcosmo, ossia un piccolo ma completo sistema. Facciamo una prova. Se dico la
fede è un grande amore significa che ci sono anche gli amori piccoli. Come
definiresti un amore piccolo?Un amore che ti impegna poco. E ti impegna poco
perché vale poco il suo oggetto o perché è fragile la passione che ci metti tu?
E così via. Non hai idea di quello che può mascondere una semplice frase se non
la prendi sul serio”. La prolungata esposizione o focalizzazione dell’oggetto
(che all’inizio è oscuro su fondo chiaro) determina alla fine, come ben sanno i
fotografi, la sua chiarità su fondo scuro. Tale è, ricordiamolo, uno degli
esercizi spirituali più raccomandati da Ignazio di Loyola: ed implica il
bruciante ossimoro, sviluppato da Giovanni della Croce, della notte che ingloba
il giorno, e del giorno che si comprende (ovvero chiarisce) soltanto nella
notte.
Con queste premesse Cristiana si inserisce nel monastero non
diversamente dal personaggio kafkiano nel Castello: va incontro alla propria
clausura come ad una liberazione, vorrebbe rimanere estranea al miracolo di suor
Crocifissa, ma incappa nel fascino della mistica iniziazione che a poco a poco
chiude il suo spazio reale e sensibile per aprirne un’altro, voraginoso ed
ineffabile, nella cella ignota, nella segreta
Stanza del cuore.
Così le due giornate che trascorre al Santo Spirito si squadernano come
una sequenza di “stazioni” eccezionali. Prima di tutto abbiamo l’imprevista e
“gioiosa agonia” di suor Benedetta, una monaca anziana, cuoca e veggente, che ha
assistito al trapasso della santa e ne ha raccolto il testamento spirituale; poi
la rivelazione, attraverso suor Benedetta, che la santa avrebbe trovato la vera
pace dopo un tentativo di suicidio; poi lo stupore per certi ambulacri segreti,
per tesori d’arte inesplorati, per certe regole infrante e certi accadimenti
eccezionali che tutto risolvono in Grazia e in dono di felicità: poi la scoperta
che la personale ritrosia a quel mondo arcano sparisce man mano che un’anima si
appropria della sua bellezza... Tutto ciò scandisce le tappe di un sogno mistico
che ovviamente cancella il progetto cinematografico ed apre per la protagonista
un tempo diverso, quello dell’incipit
vita nova.
Lo scrittore ha il buon gusto di non chiudere la favola con il
noviziato di Cristiana, perché un epilogo edificante guasterebbe
l’identificazione di sogno e di realtà che resta, come insegnavano i teorici del
“sublime”, l’anima nascosta di ogni vera drammaturgia. D’altra parte la
protagonista non è propriamente convertita al misticismo, avverte soltanto il
suo grado iniziale, che è “lo sgomento di una donna che sente di vivere
un’esperienza percepita come eccessiva rispetto alle proprie capacità”.
Leggendo il testamento della santa, la ragazza si convince che “un
amore si dice grande quando entrando nella vita di un’anima vi insedia una
signoria assoluta, disperdendo ogni altro pensiero e andando a occupare tutti
gli spazi della mente e del cuore. Quando una donna dona tutta se stessa senza
tenere nulla per sé, allora vive un grande amore”... “Ora capisco che il
desiderio inappagato della santa è una metafora che per essere compresa
correttamente, va letta capovolta: non è che il dono si faccia attendere,
piuttosto è il contraccambio che risulta impossibile”. Dunque, è l’eccesso del
dono a rendere inadeguata qualunque risposta.
Ora precisiamo il concetto di misticismo in questa chiara dialettica di
grazia e di corresponsione Marigo mostra di compiere un passo notevole verso
l’intelligenza della letteratura mistica che sta nei recenti annali rifiorendo
un po’ dappertutto nei paesi nordici nonché nelle Americhe, ma con molti
slittamenti verso l’esoterismo, l’occultismo, la magia e le altre componenti
dell’irrazionalismo contemporaneo. Ma il romanzo di Marigo, presentando come
naturale e verosimile l’eccezione, ha fatto compiere un salto di qualità a tutta
la narrativa “conventuale” degli ultimi duecent’anni. Una professionale
abitudine a storicizzare la contemporaneità non può evitare un paragone con le
Lettere di una novizia di Piovene
(1941): bellissimo romanzo ma appunto costruzione mistica al negativo, perché
nell’ombra del chiostro i vari personaggi trovano non già la pace bensì il
rovello della coscienza e l’emergere dei delitti mentre rimangono in un
chiaroscuro provinciale e crepuscolare le molte storie di capinere di estrazione
verghiana e neorealista.
Abbiamo citato Piovene come antecedente illustre, vicentino anche lui,
come lo sono Barolini e Parise e Nogara. L’ombra di Fogazzaro si allunga per
tutto il novecento, formando una costante tematica e stilistica di sorprendente
continuità, da segnalare agli storici del costume non meno che a quelli della
letteratura e della poesia. Luciano Marigo si è inserito consapevolmente in
questo filone di cui ha certo avvertito il fascino, ma ha preferito giocare le
sue carte migliori sul crinale mistico “al positivo” inteso come risposta
dell’amore umano alla grazia dell’amore divino.
È indubbiamente un atto di coraggio, perché rovescia non soltanto le
inquietudini sempre presenti nei territori dominati dal classicismo palladiano,
ma anche quelle costruite a freddo, del troppo celebre
Nome della rosa. E lo ha fatto con matura
sobrietà di stile e con sicura padronanza di una tematica come quella teologica
e mistica, tutt’ora marginale nella narrativa contemporanea pur fra le evidenti
ma disordinate sollecitazioni spiritualistiche.
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