EDITRICE SANTI QUARANTA

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L'aria tra le dita
(Gustavo Eguren)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa



Descrizione

L’aria tra le dita è un eccezionale breve romanzo che fotografa l’avvento del castrismo come fenomeno in divenire, diverso, con alcuni connotati ancora indecifrabili, ma è anche la storia del vecchio Bruno Torralba e della sua famiglia. Torralba, povero in gioventù, era riuscito ad arricchirsi; nel 1959, con il trionfo di Fidel Castro, intuisce che "tutto è cambiato" e vende all’insaputa di tutti le sue proprietà, tramutandole parte in denaro e parte in oro. I figli, invece, fatui rampolli, non si rendono conto del radicale mutamento politico-sociale.

Torralba, a questo punto, viene colpito da un ictus che gli impedisce di parlare e di indicare il posto dove ha nascosto il "tesoro". I figli, assecondati dalle mogli, iniziano la ricerca mossi da una sorta di "cupio dissolvi"; qui lo stile narrativo di Eguren, che in genere sa accostare il tono colloquiale a quello alto, teso e sapienziale, rivela le risorse di un singolarissimo thrilling familiare.

L’aria tra le dita è un penetrante scandaglio sull’avidità dell’anima umana di fronte all’eredità, e la constatazione che nulla rimane nella mani degli uomini (di Torralba, dei suoi figli) quando il cuore non ha luce e generosità. Il maggior protagonista, agonizzante sul letto di morte, pensa e riflette, ma non parla; giudica se stesso, i suoi familiari e tutto un mondo che sta per scomparire, alternando l’analisi realistica con quella introspettiva. Le ultime pagine ritraggono, in modo tragi-comico, la frenesia e la disfatta della borghesia de L’Avana, dopo che Castro ha stabilito che ogni cubano non potrà possedere più di "200 nuovi pesos". Così anche il denaro finisce per diventare "aria tra le dita".


Prima pagina 

Non sa l’uomo quel che avverrà

e ciò che sarà dopo di lui

chi glielo dice?

Ecclesiaste

… inafferrabile ed oscuro come l’acqua,

il mondo passerà con noi,

e noi passeremo con lui.

Jaroslaw Iwaszkiewicz

Il peso più grande è la luce che

non posiamo dare.

Jannis Ritzos

Nella penombra della stanza - tra brusii carichi di mestizia - un’angosciosa nebbia fitta di immagini, sensazioni e ricordi opprimeva Bruno Torralba nell’ora della morte; era un difficoltoso fluire di inquietudini che non sempre riuscivano a tramutarsi in pensieri e più ancora l’accentuarsi di uno stato confusionale, di un’opacità vicina al collasso finale. Era l’estremo crepitare di una fiamma sul punto di consumare l’ultima traccia di luce.

Poco presente a se stesso, in certi momenti aveva la vaga sensazione di abitare il proprio corpo; ma talvolta un crampo, un dolore pungente che proveniva dall’interno, gli ricordava di essere parte di una materia che si disgregava poco a poco. Era un corpo che trovava sollievo soltanto abbandonandosi - completamente insensibile - sul letto dove giaceva prostrato a causa di un irreparabile disfacimento, di un tracollo totale del quale, a volte, si salvava solo qualche sprazzo di coscienza che si confondeva - o meglio, si identificava - con la più ostinata volontà di continuare a vivere. Di fatto, questi lampi di lucidità lo mantenevano nel mondo dei vivi mediante il debole scorrere di ricordi e di pensieri che stimolavano il suo vecchio cuore e alimentavano l’indispensabile goccia di ossigeno perché si prolungasse l’ormai precaria combustione del corpo e dell’anima, perché in quel modo confuso e faticoso Bruno Torralba potesse arrivare - solo per brevissimi attimi - al più crudele convincimento, ad un’unica certezza: la sua fine avrebbe comportato il tramonto irreparabile della famiglia, di un patrimonio, di una lunga catena di sforzi i cui frutti stavano per essere distrutti per sempre. La scomparsa di quest’uomo avrebbe aperto una crepa insondabile, un cratere, un abisso; sarebbe venuto a mancare il pugno di ferro di cui ogni famiglia ha bisogno per raggiungere il proprio scopo: sarebbe venuta a mancare la volontà incrollabile senza la quale non si è altro che un insieme di passioni senza armonia, un disordine totale, il ritorno inevitabile al caos originario.

(…)


Rassegna Stampa

Sette giorni in libreria ("La Repubblica", 13 Gennaio 1997)


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webmaster Marco Giorgini