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La poltrona di midollino
(Giuliana Gramigna)
Descrizione - Prima pagina - Rassegna Stampa
Descrizione
Giuliana Gramigna, come in una "parlata" tra amici, ci dà ne La poltrona di smidollino l’affresco civile e delizioso di una "famiglia ordinata" degli anni trenta, che è poi la sua, ma capace di trasfigurarsi nel simbolo di un’epoca e di una realtà sociale che non torneranno più. Ci dona il ritratto affettuoso, il quadro veritiero di mentalità e di costume della Milano di quel tempo che, da via Manzoni, dai Giardini, dalle scuole di Porta Nuova e dalla Ca’ Brüta, si estende agli altri luoghi cari alla memoria dell’autrice: Barga, Barzio, Viareggio, Gressoney-Sait-Jean e il Lido di Venezia. Essi rivivono in una fiaba lontana, visti però con la nitidezza di uno sguardo semplice, prima che si abbatta la catastrofe della seconda guerra mondiale.
Il suo è un viaggio nella memoria, la quale è sempre un’interpretazione, qui puntuale e leggermente accorata, talvolta ironica e persino umoristica, dentro un tempo assolutamente concluso: "… Nei giorni sereni di quell’ultima estate scompariva un mondo. E finiva anche l’infanzia". Il racconto ha, poi, una sua schietta umanità, resa più autentica da personaggi indimenticabili come il Dèdo (solo per fare un esempio) e della pietas che Giuliana Gramigna ha per le domestiche, i barboni, i fiaccherai e le povere bambine "asine" delle elementari.
Una scrittrice così non s’inventa, c’è naturalmente per quella sua lingua aperta e lucente, colloquiale, e di sorridente nostalgia e delicatezza; per questo La poltrona di smidollino ha incontrato uno straordinario consenso di critica e di lettori, e viene ora riproposta in quarta edizione.
Prima pagina
I
UNA FAMIGLIA ORDINATA
Per quanto mi sforzi di tornare indietro con la memoria, non riesco a ripensare qualcosa prima della nascita di mia sorella Valeria. Era il 17 giugno 1932. io avevo due anni e mezzo, quasi tre.
In camera della mamma entrava il sole a righe attraverso le tapparelle semi abbassate, lei era nel lettone, appoggiata ai cuscini, e parlottava piano con la levatrice, signora Ertani.
La signora Erminia Ertani era un donnone con una gran gabbana bianca e mentre io entravo nella stanza, con la balia che mi teneva per mano, lei parlava con la mamma, con tono autorevole, ma familiare.
Accanto al letto della mamma, dalla parte del cassettone verso la porta del bagno, c’era il lettino di ferro bianco con le fiancatine a reticella di corda ai lati, e dentro c’era la mia sorellina.
Mi sembrò bellissima, e di colpo fui presa per lei da un grandissimo amore: corsi nella mia stanza dei giochi, e tornata, sempre correndo, volevo portarle i miei giocattoli sul lettino. La balia non voleva, mi teneva da parte, che non facessi guai.
Il ricordo, nitido, perfetto, finisce qui.
La stanza della mamma, com’era allora, è rimasta sempre.
Credo che gli arredi siano stati acquistati al tempo del matrimonio, e di trasloco in trasloco, sono rimasti immutati fino alla morte di papà. Poi, quando lasciammo via Mangili, credo sia stata venduta con altra mobilia che non fu mandata in Toscana nella nostra casa di Barga, né trovò posto nel piccolo appartamento di Milano dove la mamma ed io andammo ad abitare.
(…)
Rassegna Stampa
Una poltrona racconta ("Panorama", 31 ottobre 1993)
Si stava meglio quando si stava peggio ("Il Giornale", Mercoledì 21 settembre 1994)
La poltrona-simbolo della vecchia Milano ("Famiglia Cristiana" n. 3, 1994)
La TALPA di città ("La Stampa", Giovedì 28 ottobre 1993)
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