Il titolo evoca l'immagine di una città
che specchia le sue case in acque limpide che scorrono verso il mare e, nel
contempo, apre il solletico a mille curiosità. Il racconto inizia con rapidi,
essenziali tratti storici mutuati da "pochi frammenti" archeologici
che attestano "la continuità dell'insediamento, a partire da una dozzina
di secoli prima di Cristo" di quando la città era Ob terg,
"come dire, il luogo del mercato, la piazza, lo slargo, all'incrocio di
popoli e scambi" per via della posizione topografica, strategicamente
importante. L'autore, visibilmente commosso con una venatura sottile di orologio
patrio avverte che Ob terg, "vigilava il limitare della terra dei
veneti" per distinguersi da altri ceppi, "principalmente con le
popolazioni celtiche".
Il libro narra un segmento della vita
della città sul filo della memoria e del ricordo, come testimonianza a
posteriori perché "di tante vite e cose e fatti sapevo assai poco negli
anni cinquanta", ma anche frutto di ricerca. La narrazione si concentra
soprattutto nel periodo del secondo Novecento, mediante una indagine di tipo
socio-antropologico e una scrittura mista per "tesi" e per
"personaggi".
Come grandi medaglioni sfilano
nell'immaginaria galleria, straordinariamente bella e significativa, scene di
matrimonio/mondo giovanile e festini da ballo/vicende di emigrazione con
"foresti" e coloni, clima politico del dopoguerra/personaggi comuni e
inquietudini di uomini e donne nel travaglio quotidiano, nelle speranze e negli
ideali, nello sviluppo, nel progresso, nel passaggio dal vecchio al nuovo che,
in quella come in tutte le città di provincia, sembra lento e quasi
impalpabile.
Il libro si legge come un romanzo per via
della scrittura piacevole e della stessa struttura del racconto che si avvale di
un sapiente intreccio tra tesi e personaggi nelle concrete situazioni di persone
e famiglie. Vicende e fatti narrati, colti nella genuinità quasi naif di una
comunità che racchiude nel proprio microcosmo problemi e grandezze di un
secolo, sono pressoché universali nel Novecento italiano e, proprio per questo
con qualche variante, qualsiasi agglomerato umano, al Nord come al Sud, potrebbe
assumerli come propri.
Oderzo, "la piccola città sul
fiume", è, in realtà, il paese dell'anima, lo scrigno in cui sono
custoditi, assai più che gelosamente, i sentimenti, il cuore, la memoria della
comunità con i suoi vizi, ma con immense virtù e bellezze, come appare
all'autore e che soltanto un "figlio" innamorato può cogliere nelle
sfumature e nei dettagli, nei chiaroscuri di vicende semplici e, tuttavia,
esemplari. Per effetto di questa caratteristica, Ulderico Bernardi non è
presente nel lungo racconto se non in lontananza, come osservatore discreto,
disinteressato, un punto all'orizzonte, un lettore di libri, solitario, dietro
l'ansa del fiume nascosto dall'erba e dalle canne, un adolescente impacciato,
come tutti nel dopoguerra, che impara a ballare "strusciando i piedi in un
languido slow... Lanterna blu".