|
" Corriere
del Veneto", 7 giugno 2003
L'autore della "Piccola
città sul fiume": "Siamo in tanti, c'è sovraffollamento. La Regione
deve poter stabilire il numero di ingressi
"Questa terra rischia di
perdere i valori"
Ulderico Bernardi:
individualismo esasperato, ecco la causa del nostro spaesamento
di
Isabella Panfido
"Il nostro è un piccolo
fiume. Scende dalle colline morbide e verdissime che fanno da primo gradino
nelle Alpi bellunesi. Vallette da pastura, boschetti ameni", scrive
Ulderico Bernardi nel suo La piccola città sul fiume, pubblicato da
Santi Quaranta e giunto alla seconda edizione; racconta con la fluidità di
quella sua acqua episodi, storie, personaggi che appartengono a una memoria
personale.
Una memoria legata alle terre
del Monticano, alla cittadina di Oderzo. Sembra, a leggerlo, questo piacevole
mosaico di figurine e luoghi di microcosmi (e l'allusione a Magris non depisti,
altre acque, terre e luoghi) un lungo viaggio intrapreso dall'autore per
guardare più da vicino ciò che è memoria di molti, una paziente ricostruzione
di atmosfere per circostanziare un presente che tende a disancorarsi e diventare
facile preda della globalizzazione.
"Il mio lavoro, non solo
nella scrittura creativa, ma qui, all'università, ogni giorno - dice - sta
proprio nel tentativo di stabilire un difficile equilibrio nel rapporto tra la
persistenza culturale (il localismo) e il mutamento sociale (la globalizzazione,
appunto). Bisogna conoscersi per affrontare il nuovo". Bernardi ci riceve
nel suo studio all'Università, in un'altra piccola città, su un altro fiume, a
Treviso, proprio di fronte alla nuova Piazza dell'Umanesimo latino. Alle spalle
del docente una grande carta geografica dell'Istria, sulla scrivania
l'ultimo sondaggio di "gradimento" che gli studenti del suo
corso di Sociologia dei processi culturali e comunicativi hanno redatto.
"Vede - segnando le colonnine del grafico con una punta di giustificato
orgoglio - è un corso molto seguito, le frequenze sono cresciute in maniera
esponenziale negli ultimi anni".
E' gradevole e varia la
conversazione con questo illustre figlio della terra del Piave, non serve far
domande, basta seguire l'onda della voce che racconta della vita di un tempo e
di quella di oggi, costruendo paralleli ed evidenziando differenze sempre
attraverso esempi concreti, dati alla mano. "I miei studenti si stupiscono
sempre quando, per raccontare cosa era e cosa è diventato il Veneto negli
ultimi trent'anni, cito due dati estremamente esplicativi: solo nel 1966 il
flusso di veneti rimpatriati dagli anni di emigrazione comincia a superare il
flusso migratorio verso l'estero; nel 1971 il reddito medio nel Veneto era
inferiore alla media nazionale".
Anche noi, come gli studenti,
restiamo stupefatti, ma richiamando alla memoria la narrazione del Bernardi
scrittore riusciamo a ricostruire il clima delle campagne venete degli anni
Cinquanta. Erano i tempi delle opposte fazioni tra Coppi e Bartali, tra Luciano
Taioli e Achille Togliatti, ma anche della scelta tra Russia e America, come
scrive Bernardi, e ci vengono in mente Don Camillo e Peppone di Guareschi e uno
spirito di partecipazione di cui si sono perse le tracce. "C'è bisogno di
una nuova condivisione socio-esistenziale, in questo tempo e in questa terra di
esasperato individualismo legato ad una morale autoreferenziale: è la perdita
di valore nel rapporto tra lecito e possibile che induce lo spaesamento di cui
siamo testimoni". Cerchiamo nella memoria le pagine di La piccola città
sul fiume e si chiarisce il concetto di condivisione socio-esistenziale di
cui parla il professore: era una tessitura comune, la vita del paese, un
partecipare, forse di necessità, ma solidale e solido: il "porsel de
Sant'Antonio" e il "morer dele aneme", forme di comunità di
beni, curati da tutti e devoluti ai più bisognosi. Ma quel tempo è passato,
ora il maiale sarebbe investito da piccolo al primo attraversamento di incrocio
e il gelso dove metterebbe radici tra asfalto e canalette di scolo delle
fabbriche in questa pangea di capannoni?
"Io la chiamo realtà
agropolitana veneta, figlia diretta della mezzadria. La mezzadria è stato il
master dei veneti, hanno imparato allora la programmazione economica: metter via
per la semina, fare una "partita doppia" per il padrone e per sé.
Hanno cominciato a costruire il magazzino accanto alla casa, e poi l'officina e...
il capannone".
Chiediamo, provocatoriamente, se
anche l'intolleranza è figlia di quella scuola, pensando invece ai piccoli
cammei dei "foresti", descritti nel libro di Bernardi, figure di
stranieri accolti e amati, pur nella diversità, dai paesani".
"E', come sempre, una
questione di numeri. Siamo in tanti, questa terra è ormai sovraffollata; il
problema delle quote di immigrazione è diventato di assoluta priorità: la
regione deve avere la possibilità di stabilire un numero di ingressi e a questo
numero deve essere obbligata a fare fronte con strutture, abitazioni e personale
preparati all'accoglienza. L'integrazione non si inventa, bisogna preparare e
prepararsi: basti citare l'esempio dell'Olanda, dove sono abbligatori corsi di
formazione sulla storia, la lingua, la necessità del Paese, ma questi corsi
sono obbligatori per le figure carismatiche delle comunità straniere, per gli
Imam, per esempio. Così per noi, insegnanti, dirigenti pubblici, funzionari
dovrebbero essere educati alla conoscenza dell'altro, perché mi piace ripetere
che ciò che produce civiltà nasce dal confronto, insomma con uno slogan si
potrebbe dire "Chi cambia, scambia"".
|