Ulderico Bernardi, professore di
sociologia a Ca' Foscari, notissimo ai lettori di questo giornale per i suoi
frequenti e acuti interventi, nelle sue opere è venuto sempre più accostandosi
alla narrativa. L'indagine sui costumi e le tradizioni, ossia l'elemento che
appartiene al territorio dei suoi studi, si è invece venuta un po'
restringendo. La tendenza "narrativa" di Bernardi già era apparsa nei
suoi libri precedenti, anche se erano dedicati all'emigrazione, agli aspetti
della civiltà contadina del Veneto, ai modi di vita della povera gente delle
campagne e simili. In qualche modo Bernardi stesso confessa implicitamente la
sua vocazione letteraria e narrativa anche nel suo ultimo libro, "La
piccola città sul fiume", quando parla dei suoi entusiasmi letterari di
adolescente. Era pochissimo attratto dalla sintassi latina, che lo faceva
fuggire da scuola come fosse un cerbero ringhioso. Si appassionava invece ai
libri ce arrivavano allora in Europa avvolti dal fascino della loro provenienza
americana. Libri come L'antologia di Spoon River o Il giovane Holden, con
il cui personaggio Bernardi arriva addirittura a identificarsi per più lati.
In questo nuovo libro, che ha come sfondo
la nativa Oderzo, scritto a ruota libera, e che tocca cento argomenti diversi,
avvenuti nell'immediato dopoguerra, l'autore rivela anche se stesso. Pure qui,
come nei libri precedenti, vi è lo studioso informatissimo, interprete profondo
ed esatto di costumi e comportamenti, tradizioni e linguaggi, proverbi e
consuetudini; ma anche l'uomo sostanzialmente ottimista e ricco di simpatia nei
confronti della gente veneta cui appartiene. Da essa non si sente
fondamentalmente diverso. Le sue vastissime coscienze e la cultura di scienziato
non creano un baratro di separazione tra lui e il mondo veneto che ci viene
rappresentando.
Non studia e racconta le cose in modi
distanti, da scienziato, come un entomologo che si occupa d'insetti, con
indifferenza magari un po' snobistica, come Proust, quando analizza la società
parigina di cui pure faceva parte, ma si sente e si rappresenta come uno della
comunità. Ha un atteggiamento di garbata indulgenza, comprensiva e bonaria,
anche per gli istinti più naturali e le umane debolezze. Non giudica e non
condanna, al massimo rappresenta, lasciando che i fatti parlino da soli.
Significativa in proposito la costernazione del comunista opitergino, seduto
sulla panchina del giardino pubblico, che legge le incredibili iperboli della
stampa di estrema sinistra pubblicate in occasione della morte di Stalin.
Bernardi allora aveva sedici anni. Ora,
dopo tanto tempo, egli, per umanità e senso della misura, non commenta. Ma i
lettori non possono non pensare che il leader comunista fu uno dei più feroci
tiranni della storia, per ammissione dei medesimi protagonisti del bolscevismo.
Nè Togliatti, che si schiera sempre sulle posizioni russe, spesso danneggiando
gli interessi nazionali, fa una gran figura nel tribunale della storia.
Del periodo bellico e post-bellico, di
cui conserva ricorsi personali, e sui quali si è minuziosamente informato, con
precisione di storico e di scienziato, l'autore ci dà molti "flash".
Le cose raccontate sono le più diverse, quelle che maggiormente colpirono la
sua adolescenza inquieta e curiosa di tutto: la tragedia dell'esodo istriano,
l'alluvione del Polesine, il disastro minerario di Marcinelle, le lavandaie, i
bachi da seta, le rogazioni, i pranzi di nozze, il corredo delle spose, la
povertà ma anche la profonda umanità della gente, negli anni di quella che
oggi si è soliti chiamare "l'Italietta del dopoguerra"; e poi la
Madonna Missionaria, i Papi, qualche personaggio illustre di Oderzo, storie di
amici e magari di suicidi, le canzoni dell'epoca, le balere, i rapporti tra i
sessi, i riflessi della tragedia dell'Armir, e cento altre cose, umili e famose,
mescolate alle citazioni più varie e inattese: alcune persino in latino, che
Bernardi aveva confessato di detestare.
Ma la sapiente fusione di tanti argomenti
così diversi tra loro, senza che vi sia una "storia" vera e propria
che si snoda, rivela l'abilità narrativa del sociologo veneto, che analizza i
modi di vita di mezzo secolo fa con una vena di rimpianto. Esso nasce dalla
consapevolezza che i contemporanei hanno fatto molti progressi nel versante
della scienza, della tecnologia, dell'economia, ma hanno anche molto perduto in
quello dei sentimenti, degli affetti e dei valori.