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" Il
Giornale", Domenica 8
febbraio 2004
La riscoperta
Russello, voce ritrovata di
Sicilia
d i Giovanni Dal Bon
Nel
1960 fece capolino nella collana «Medusa
degli italiani» della Mondadori, per volere di Elio Vittorini, un romanzo anomalo
e innovativo: La Luna si mangia i
morti del siciliano
Antonio Russello (Favara
1921 - Castelfranco Veneto 2001). Un'uscita
che non passò inosservata: «Una
rutilante fiaba di Sicilia - disse recensendolo
Leonardo Sciascia - in cui è l'essenza di favolosa superstitio, di ballata evocativa
(...)». Nei decenni a venire un ingiustificato
silenzio ha avvolto l'opera di Russello. Fino al 2002, quando l'editore della
trevigiana Santi Quaranta «riesumò» l'incandescente
conte philosophique Giangiacomo
e Giambattista, caleidoscopica
fantasmagoria a due voci, finalista
al premio Campiello nel 1970, convertendo
il titolo in Isola Innocente. Operazione di riscoperta che lo stesso Fenuccio
Mazzariol prosegue ora rieditando il bellissimo romanzo-fiaba La
luna
si mangia i morti (Santi
Quaranta, pagg. 160,
euro 11). In premessa, una dichiarazione
di poetica: «Si può essere fedeli a se stessi, solo quando l'ispirazione ci
riporti sempre alla stessa terra, ci schiacci sempre sotto quell’urgere di
terra e ciclo e sangue
(...)». Ammissione di una condanna,
il laccio sempre teso dell'amore per
la terra d'origine. Una Sicilia che spurga sangue, questa di Russello, banditesca
e primigenia, asservita alla fatalità.
Ed è il destino a dominare incontrastato
l'andatura ipnotica del racconto,
«un destino chiuso nel sangue di tutti
che lievitasse dentro». Il sangue, habitat naturale dello scorrere di destini, è un
altro protagonista incontrastato in queste
vicende di terra di Sicilia. Il fitto intreccio
del romanzo immerge nel senza tempo delle gesta mitologiche, in una terra «appena
sfiorata dalla storia». La voce narrante,
di ragazzo, affonda negli anni Venti del secolo scorso; tempo di infanzia, di iniziazioni, ritorni
estivi al paese d'origine:
una Favara che trascolora nel mito. Ed è in sospensione estatica che svolge la trama ingombra di rumori, odori, figure
archetipiche: il nonno Peppe, custode
d'arcane usanze, nonna Rosa e la sua
voce a tratti «pizzicata dalla rabbia, pigliando
dal fondo dell'anima tutto il suo realismo», una madre vedova, per sempre giovane «fior di vent'anni che
tutti volevano cogliere
passando». Mandati dai capoccia
della provincia un manipolo di militi per purgare il territorio dai briganti partecipano ai suoni, canti
e balli mescolati ai paesani. Su tutti l'aura eroica di un padre brigante ucciso
a tradimento: «Spuntava
di lì, nel cavallo bianco che pareva l'arcangelo». Il nonno trattiene il segreto della sua precoce
morte, e rivela al nipote
che vuoi sapere: «Se lo mangiò la luna». La terrifica visione di una luna che
fattasi piena e rossa
afferra urlante e ingloba
gli umani. Potenza del tramandare,
del racconto orale che attraversa
le generazioni.
Non
si può non essere d'accordo con Sciascia
quando assimila la scrittura di Russello a una gitaneria di matrice lorchiana
smentendo i rimandi a Verga. Il rullo
compressore di una fatalità incombente
e sanguinolenta rimanda alla trilogia
gitana di Garcia Lorca (viene in mente
un testo teatrico e grondante come Bodas
de sangre). Ma
anche a sequenze di duelli
meridiani di certo western colto. Il ritmo
incalza la pressione del dire: -incespicanti
e realissimi sono i virgolettati dal
parlato. Una scrittura densa, quella di Antonio
Russello, sempre in bilico tra baroccheggianti
assalti lirici e asciuttezze da cronaca giudiziaria.
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