EDITRICE SANTI QUARANTA

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"Corriere del Veneto", 6 dicembre 2003

 

Torna in libreria il romanzo dello scrittore siculo-veneto voluto da Vittorini per la "Medusa"

Nella terra dei mandorli in fiore c'è la luna che si mangia i morti

Antonio Russello, il sangue e il destino della memoria

di Isabella Panfido

 

Steiner concludeva il suo intervento raccontando della rabbia di fronte a un grande spreco di intelligenza e d'arte, rabbia venata, però, dalla gioia gelosa, come per un amore segreto, di possedere un tesoro straordinario e di goderne in solitària piena passione. Mi ritorna questa considerazione e quella emozione mista a cui Steiner fa cenno, leggendo il romanzo di Antonio Russello La luna si mangia i morti. Gioia per la scoperta di una pagina che restituisce il senso più alto della tradizione letteraria italiana ma anche impotenza davanti al destino infelice di quest'opera che, di livello narrativo altissimo, di rara efficacia espressiva, barocca e colloquiale insieme, di forte potenza evocativa, è caduta nel silenzio dopo la sua prima uscita 1960.

La risposta forse risiede nelle complesse logiche editoriali, nella necessità di offrire «carne fresca» ad un pubblico di lettori anoressico, di mettere sul mercato un prodotto veloce, da consumarsi nella fretta di una lettura di informazione più che di conoscenza, e, perché non dirlo, nella miope trascuratezza di buona parte della critica, preda anch'essa delle feroci leggi del mercato. Ma ancora, detto questo, non si riesce a dare una spiegazione del silenzio che ha accompagnato tutta l'opera di Antonio Russello, siciliano trapiantato in Veneto negli anni cinquanta, autore di rara prolificità e altrettanto rara finezza.

Ora la editrice trevigiana Santi Quaranta, fedele alla difficile dottrina della qualità seguita da Ferruccio Mazzariol, ripropone di Russello questa elegia siciliana dal titolo ammaliante, arricchita da una recensione di Leonardo Sciascia, da una post-fazione di Matteo Collura e da un saggio critico di Salvatore Ferlita.

La luna si mangia i morti è nostos della terra perduta, è viaggio nel luogo edenico della memoria, è discesa agli inferi di un passato maledetto eppure posseduto come quel sangue . quel destino che così spesso ricorrono nella narrativa siciliana. E', soprattutto, ricerca disperata e fervente di una identità, legata a radici che affondano nella leggenda e, insieme, coerentemente, nella legge delle cose consuete di una terra grande, cose dal «sapore né molto amaro, né dolce delle solite cose che non sanno di niente, ma hanno un sapore buono, come quello dell'acqua c'è sempre stessa cosa, come quello del pane, che è sempre quotidiano».

Così considera l'autore, ma il sapore delle sue pagine profuma con l'intensità di un viaggio tra i mandorli e le zagare, odora di suolo squarciato dal secco, di calura che palpita accendendo l'aria e il sangue; aromi di menta e garofano e vapori di vino che stordiscono ed esaltano parole, sguardi, colori. E' la terra dove la luna si mangia i morti ammazzati sulla strada, per gelosia, per tradimento, per offesa dignità, la terra dove il sole sgretola la legge del diritto costituito, quella terra che promette sogni e offre miseria. «Basta volere e uscire di qui, e ricchi si diventa, mentre a rimanerci, il guaio è che noi di Sicilia, il più misero sogno che facciamo è quello di diventare re», quel posto fuori del quale: «E’ bello (...) Sì, ci son tante cose, ma è più bello tornare qui e stare insieme, perché lontano ci si sente perduti». Lo stare insieme, a casagrande, questo spazio mitico in cui la famiglia era davvero tale, ad ogni costo, nella durezza della convivenza e nella impagabile certezza dell'accoglienza; un luogo che resta arca della tradizione, della memoria, taciuta, eppure rispettata e conservata come una reliquia sull'altare. A casagrande il bambino, l'io narrante del romanzo, ritorna ogni estate dalla città dove si è trasferito con il patrigno e la madre, perché e là che è racchiuso U mistero del­la sua radice, la verità di un pa­dre brigante e cavaliere, Verdone, ammazzato a tradimento dai fratelli per portargli via la terra. La figura mitica di Verdone (viene da pensare a Salvatore Giuliano), un arcangelo vendicatore sul cavalli bianco, è l'archetipo del bandito amato e temuto dalla gente adorato dalle donne, l'eroe d quel mondo che Russello così rievoca: « - Cos'è la maffia’ (...)- Quando uno passa alle masserie e gli danno uova, cacio, pane, frutta, zitto e gli mettono sul cavallo un agnello sa no, e non si dice nulla, e si saluta solo. Questo».

Questo è l'humus, fuori del la categoria di giudizio: noi c'è bene, né male fuori di questo. Ad ogni ritorno al paese dalla città dagli inverni tristi corrisponde un capitolo di questo romanzo di formazione su generis, e ad ogni ritorno l'accoglienza alla stazione si fa meno numerosa, più rassegnata Un conto alla rovescia di chi è stato preso dalla morte o dalla necessità, un conto elaborato sulle dita del piccolo che ritrova, vuole ritrovare, ogni volti la ragione, il senso della gioia seppure così dolente di morte e di violenza. Eppure anche la violenza, osservata attraverso gli occhi del ragazzo, appare come una manifestazione naturale, una sorta di liturgia, necessaria e condivisa, desiderata, perfino amata. Un fenomeno connaturato con il carattere della terra e della gente di quella Sicilia perduta, e forse mai veramente esistita, un frutto spontaneo come quella melagrana, simbolo antico e figura ricorrente nelle pagine del romanzo: segno di amore, passione viscerale e strazio con il suo succo di «sangue e neve», come il timbro narrativo di Antonio Russello.

webmaster Marco Giorgini