Steiner
concludeva il suo intervento
raccontando della rabbia di fronte a un grande spreco
di intelligenza e d'arte, rabbia
venata, però, dalla gioia gelosa,
come per un amore segreto, di
possedere un tesoro straordinario e
di goderne in solitària piena
passione. Mi ritorna questa
considerazione e quella emozione
mista a cui Steiner fa cenno, leggendo
il romanzo di Antonio Russello La
luna si mangia i morti. Gioia
per la scoperta di una pagina che restituisce il senso più alto della
tradizione letteraria italiana ma anche impotenza davanti al destino infelice di
quest'opera che, di livello narrativo
altissimo, di rara efficacia
espressiva, barocca e colloquiale
insieme, di forte potenza evocativa,
è caduta nel silenzio dopo la sua prima uscita 1960.
La
risposta forse risiede nelle
complesse logiche editoriali,
nella necessità di offrire «carne fresca»
ad un pubblico di lettori anoressico, di mettere sul mercato un prodotto veloce, da consumarsi nella fretta
di una lettura di informazione più che di conoscenza, e, perché
non dirlo, nella miope trascuratezza di buona parte della
critica, preda anch'essa delle feroci
leggi del mercato. Ma ancora, detto
questo, non si riesce a dare una
spiegazione del silenzio che ha accompagnato
tutta l'opera di Antonio Russello,
siciliano trapiantato in Veneto negli
anni cinquanta, autore di rara
prolificità e altrettanto rara finezza.
Ora
la editrice trevigiana Santi Quaranta, fedele alla difficile
dottrina della qualità seguita
da Ferruccio Mazzariol, ripropone
di Russello questa elegia siciliana dal
titolo ammaliante, arricchita da una
recensione di Leonardo Sciascia, da una post-fazione di Matteo
Collura e da un saggio critico di Salvatore Ferlita.
La
luna si mangia i morti è nostos
della terra perduta, è viaggio
nel luogo edenico della
memoria, è discesa agli inferi
di un passato maledetto eppure
posseduto come quel sangue
. quel destino che così spesso
ricorrono nella narrativa
siciliana. E', soprattutto, ricerca
disperata e fervente di una identità, legata a
radici che affondano nella leggenda e, insieme, coerentemente, nella
legge delle cose consuete di una
terra grande, cose dal «sapore né
molto amaro, né dolce delle solite
cose che non sanno di niente, ma hanno
un sapore buono, come quello dell'acqua
c'è sempre stessa cosa, come quello del pane, che
è sempre quotidiano».
Così considera l'autore, ma il sapore delle sue pagine
profuma con l'intensità di un viaggio tra i mandorli e le zagare, odora di
suolo squarciato dal secco, di calura che palpita accendendo l'aria e il sangue;
aromi di menta e garofano e vapori di vino che stordiscono ed
esaltano parole, sguardi, colori.
E' la terra dove la luna si mangia
i morti ammazzati sulla
strada, per gelosia, per tradimento, per offesa
dignità, la terra dove il sole sgretola la legge del diritto costituito, quella
terra che promette sogni e offre
miseria. «Basta volere e uscire di
qui, e ricchi si diventa, mentre a
rimanerci, il guaio è che noi di
Sicilia, il più misero sogno che
facciamo è quello di diventare re», quel posto fuori del quale: «E’ bello (...) Sì, ci son tante cose,
ma è più bello tornare qui e stare insieme,
perché lontano ci si sente perduti».
Lo stare insieme, a casagrande, questo spazio
mitico in cui la famiglia era davvero
tale, ad ogni costo, nella durezza
della convivenza e nella impagabile
certezza dell'accoglienza; un luogo
che resta arca della tradizione, della
memoria, taciuta, eppure rispettata e conservata come
una reliquia sull'altare. A casagrande il bambino, l'io
narrante del romanzo, ritorna ogni
estate dalla città dove si è
trasferito con il patrigno e la madre, perché e là che
è racchiuso U mistero della sua
radice, la verità di un padre
brigante e cavaliere, Verdone,
ammazzato a tradimento dai fratelli
per portargli via la terra. La figura mitica di Verdone
(viene da pensare a Salvatore
Giuliano), un arcangelo vendicatore sul cavalli bianco,
è l'archetipo del bandito amato e
temuto dalla gente adorato dalle donne, l'eroe d quel mondo che Russello così rievoca: « - Cos'è la maffia’
(...)- Quando uno passa alle masserie e gli
danno uova, cacio, pane, frutta,
zitto e gli mettono sul cavallo un
agnello sa no, e non si dice nulla, e
si saluta solo. Questo».
Questo
è l'humus, fuori del la categoria di giudizio:
noi c'è bene, né male fuori di questo.
Ad ogni ritorno al paese dalla città dagli inverni tristi corrisponde
un capitolo di questo romanzo di
formazione su generis, e ad ogni
ritorno l'accoglienza alla stazione
si fa meno numerosa, più rassegnata Un
conto alla rovescia di chi è stato
preso dalla morte o dalla necessità,
un conto elaborato sulle dita del
piccolo che ritrova, vuole ritrovare,
ogni volti la
ragione, il senso della gioia seppure così dolente di morte e
di violenza. Eppure anche la violenza,
osservata attraverso gli occhi del ragazzo, appare come una manifestazione naturale,
una sorta di liturgia, necessaria e
condivisa, desiderata, perfino amata. Un fenomeno connaturato con il carattere della terra e della gente di quella
Sicilia perduta, e forse mai veramente
esistita, un frutto spontaneo come
quella melagrana, simbolo antico e
figura ricorrente nelle pagine del romanzo:
segno di amore, passione viscerale e
strazio con il suo succo di «sangue e neve», come il timbro narrativo di Antonio
Russello.